giovedì 27 gennaio 2011

28 gennaio

Ciao amici, pubblico questo articolo uscito su schermaonline; molto interessante e formativo per noi addetti ai lavori del mondo della scherma.Grazie a Ella Loescher
e al Dott. Fiore.


Come si può difendere la schiena degli schermitori grandi e piccoli?

Nella scherma il rachide svolge sotto il profilo biomeccanico un ruolo chiave in tutte le situazioni statiche e dinamiche che caratterizzano questa disciplina.

Abbiamo chiesto di parlarcene al dottor Antonio Fiore, medico di Federscherma, chiedendogli di tracciare un vademecum utile non solo per i maestri di scherma e per gli allenatori ma anche per i genitori, gli atleti e per chi, in ogni caso, ha un'informazione superficiale riguardo al funzionamento di questo importante distretto del corpo.


Considerazioni sul rachide nella scherma dal punto di vista biomeccanico.
Le influenze delle varie armi.
L'influenza delle impostazioni didattiche.


A partire dalla posizione di partenza, – la cosiddetta posizione 'di guardia' – il rachide subisce delle torsioni sul proprio asse verticale e delle flessioni sia in senso antero-posteriore che laterale, le quali variano in relazione allo schema posturale acquisito dall'atleta sin dai primi anni di pratica.
E' evidente, inoltre, che le caratteristiche specifiche di fioretto, sciabola e spada condizionano engrammi motòri del tutto diversi. In aggiunta a ciò, entrano in ballo le diverse impostazioni didattiche dei maestri, che a loro volta possono essere influenzate dalle diverse 'scuole di pensiero' schermistico.
Soprattutto nel fioretto, ad esempio, possono evidenziarsi aspetti biomeccanici estremamente variegati già dalla semplice osservazione della posizione di partenza dello schermitore.
In particolare, può variare il grado di torsione della colonna sul proprio asse: torsione che ha il proprio fulcro nel tratto dorso-lombare, ed è orientata in chiave di obiettivo tecnico sia a ridurre il bersaglio valido dello schermitore, sia a metterlo nella condizione di effettuare le parate e le risposte con la massima efficienza possibile.
In tale posizione assume un'importanza fondamentale anche il grado di flessione in senso antero-posteriore della colonna, le cui variazioni possono a loro volta modificare in modo sensibile il baricentro corporeo, col conseguente impegno massivo di vari gruppi muscolari agonisti e antagonisti, dal cui equilibrio dinamico dipende l'integrità della colonna stessa.



Che cosa può fare il maestro di scherma per proteggere la schiena di un atleta?

In linea di principio, uno degli obiettivi principali dell'azione didattica di un maestro, dovrebbe consistere nella ricerca di una posizione di partenza il più possibile equilibrata, che consenta all'atleta una perfetta economia del gesto e, in particolare, eviti un affaticamento eccessivo dei gruppi muscolari impegnati.
Un'eccessiva flessione in avanti del rachide, ad esempio, non può prescindere da un impegno continuo della muscolatura posteriore, e soprattutto del quadrato dei lombi, mirata a compensare l'azione dell'ileo-psoas.
In chiave dinamica, è molto difficile analizzare l'insieme infinito di movimenti cui è sottoposto il rachide di uno schermitore, perché la varietà delle situazioni agonistiche determina talora un'assoluta imprevedibilità delle stesse: ciò determina un impegno oltremodo variabile del rachide sotto il profilo degli assi di rotazione interessati, ma soprattutto dal punto di vista della potenza espressa dall'azione muscolare, che a sua volta è condizionata dai tempi di esecuzione del gesto tecnico.
Un aspetto è certo: quanto maggiore è il livello tecnico dello schermitore, tanto maggiore sarà la sua economia del gesto, e tanto meglio lo stesso atleta riuscirà a gestire le varie situazioni agonistiche in una condizione di equilibrio generale del corpo che, nella scherma, è strettamente collegata al livello della performance.

.Il sovraccarico del rachide, quindi, varia da uno schermitore all'altro ed è differente in fioretto, sciabola e spada.

Sotto il profilo clinico, con particolare riferimento alle strutture anatomiche del rachide, è evidente come la pratica della scherma possa provocare danni da sovraccarico funzionale a carico dei dischi intervertebrali, direttamente proporzionali alle situazioni biomeccaniche di squilibrio che si possono determinare in condizioni statiche e dinamiche, agli anni di attività, e alla predisposizione individuale.
Volendo entrare nei dettagli delle singole discipline, i ragionamenti sopra enunciati – i quali riguardano in primis il fioretto – possono essere validi in linea di principio anche nella sciabola e nella spada, sebbene queste due armi presentino degli aspetti biomeccanici sensibilmente diversi, a loro volta connessi alle specificità tecniche.
Nella sciabola moderna, infatti, i tempi di azione sono estremamente ridotti rispetto alle altre due armi, poiché le situazioni tecniche in pedana sono caratterizzate dall'esigenza di esprimere velocità più elevate. Tale aspetto comporta a mio avviso un impegno della colonna diverso: più connesso alla necessità di esprimere elevate potenze muscolari in chiave esplosiva, e meno condizionato dalla ricerca di soluzioni tecniche in grado di provocare torsioni e flesso-estensioni del rachide che di norma sono di grande impatto usurante.
Nella spada, infine, i tempi di azione sono mediamente più lunghi di quelli del fioretto (in particolare del fioretto maschile), con delle situazioni molto variegate sotto il profilo posturale.
La necessità di mantenere posture particolari per tempi maggiori, determina delle condizioni biomeccaniche di sovraccarico funzionale maggiori, che si riflettono spesso in disturbi occasionali oppure in vere e proprie patologie del rachide.

.Nelle differenze di sovraccarico influisce anche il sesso degli schermitori?

.

Ci sono evidentemente anche differenze basate sul sesso, a loro volta dovute a diversi fattori.

Una preparazione muscolare differente, in primis, che nasce dalle prerogative biologiche (antropometriche e ormonali, in particolare), ma anche da un differente percorso di educazione motoria, che spesso nei maschi è più ricco nell'età evolutiva di elementi in grado di fornire loro migliori qualità di destrezza e, soprattutto, migliori adattamenti cardiocircolatori e metabolici.

Cos'è il 'core' e quali sono le sue relazioni col rachide?


Col termine 'core' si intende l'insieme della muscolatura addominale, lombare e pelvica che fa da raccordo fra il tronco e gli arti inferiori.
Dobbiamo immaginare la colonna vertebrale come l'albero di una nave i cui 'tiranti' sono i vari gruppi muscolari che la stabilizzano, la sostengono, e ne consentono i movimenti.
Avere una muscolatura del 'core' efficiente, cioè in grado di consentire una perfetta funzionalità biomeccanica della colonna, rappresenta un elemento di fondamentale importanza nella vita quotidiana, e tanto più nell'attività sportiva, soprattutto al fine di consentire una postura corretta e di prevenire una precoce usura del tratto lombo-sacrale del rachide.
I muscoli del core sono numerosi: gli addominali, il trasverso dell'addome, il sacro-spinale, gli obliqui interni ed esterni, il quadrato dei lombi, e i flessori dell'anca, con particolare riferimento all'ileo-psoas, al sartorio, al pettineo, al grande adduttore, al piriforme, al piccolo, medio e grande gluteo.
Una buona efficienza del 'core' trasforma la parte centrale del corpo in un'unità funzionale, in grado di assicurare una perfetta stabilità della colonna in tutte le condizioni statiche e dinamiche.

Cosa succede se il core non viene allenato?

E' evidente come la preparazione dello schermitore, e in particolare di quello di alto livello, non possa prescindere da un'estrema attenzione alla cura di ogni particolare.
L'allenamento dei gruppi muscolari impegnati nella biomeccanica del rachide, e soprattutto del cosiddetto 'core', deve rappresentare dunque un obiettivo prioritario di ogni allenatore.
E' indispensabile che la muscolatura di raccordo tra tronco e arti inferiori – il cui ruolo è delicatissimo sia in condizioni statiche che nell'effettuazione di quasi tutti i movimenti schermistici – sia perfettamente in grado di svolgere la propria funzione di sostegno in ogni situazione tecnica.
Una carenza in questo aspetto fondamentale della preparazione può pertanto determinare, come già accennato in precedenza, una serie di disturbi clinici, sia di carattere acuto che, soprattutto, cronico.
Sotto il profilo statistico, il problema che si presenta acutamente nella vita dell'atleta con la maggiore incidenza, è la lombalgia.
Tale disturbo doloroso, che più spesso è monolaterale, può rappresentare agli esordi la semplice espressione di una contrattura muscolare del muscolo quadrato dei lombi o dell'ileo-psoas – o di entrambi – a sua volta connessa alle condizioni di squilibrio del tratto lombo-sacrale derivanti da carenze di forza, ma anche di elasticità, dei gruppi agonisti e antagonisti coinvolti nei vari movimenti.
La necessità di sviluppare in pedana azioni tecniche a elevata velocità di esecuzione può a sua volta determinare il superamento dei limiti di determinati gruppi muscolari, sia in relazione a un eccessivo allungamento delle fibre e delle strutture anatomiche capsulo-legamentose coinvolte, sia sotto il profilo di un affaticamento acuto: entrambe queste dinamiche rappresentano l'innesco del meccanismo della contrattura di 'difesa' del muscolo.
L'azione di intense forze torsionali sui corpi vertebrali, inoltre, può causare danni acuti a carico delle strutture capsulo-legamentose e, in particolare, delle articolazioni latero-vertebrali, con conseguente innesco di situazioni dolorose, cui l'organismo risponde invariabilmente con contratture di difesa dei gruppi muscolari distrettuali.
In questi casi è spesso assai difficile esprimere una diagnosi precisa, in quanto il comune denominatore di tutte queste situazioni acute è il dolore: dolore che nella stragrande maggioranza dei casi è localizzato a livello lombare, ma che spesso può essere situato a livello dorsale o cervicale, sulla base di dinamiche etiopatogenetiche sostanzialmente analoghe.
La ripetizione nel tempo di microtraumi a carattere iterativo, a loro volta connessi alla carenza di un allenamento specifico di tutte le strutture anatomiche, e in particolare dei gruppi muscolari coinvolti nella stabilità del rachide in chiave statica e dinamica, causa invariabilmente una serie di danni la cui rilevanza anatomo-patologica è ben documentabile dagli esami strumentali a disposizione del medico.

Il disco intevertebrale è di sicuro la struttura che va incontro alle lesioni più evidenti nell'atleta.
La sottoposizione di tale elemento anatomico – di fondamentale importanza nel funzionamento del rachide – a carichi eccessivi, sia sotto il profilo delle pressioni che sotto quello delle dinamiche torsionali, ne provoca una progressiva modificazione regressiva in senso istologico, caratterizzata da disidratazione del nucleo polposo, scompaginamento del tessuto fibroso dell'anulus, e progressiva fuoriuscita del nucleo gelatinoso dalla propria sede: in sostanza, quella che clinicamente viene definita nelle fasi iniziali protrusione discale, e che – se non trattata adeguatamente – può portare a una vera e propria erniazione del nucleo dal corpo vertebrale nel canale midollare, con conseguente compressione delle radici nervose e sintomatologia clinica di tipo neurologico.
Gli squilibri di carico cui è sottoposto nel tempo il rachide si possono nel tempo materializzare anche in una vera e propria degenerazione della matrice ossea della struttura, con la formazione di osteofiti (speroni ossei espressione di vettori di carico anomali) e la graduale deformazione 'a cuneo' di uno o più corpi vertebrali, e di alterazioni della regolarità del profilo delle limitanti somatiche dei corpi stessi.

Come reagisce il corpo dell'atleta se si somministrano massivamente degli esercizi?

I meccanismi di compenso innescati da alcune carenze muscolari si evidenziano in chiave statica nell'acquisizione di posture scorrette da parte dello schermitore già nella posizione di guardia, e si materializzano in posizioni in eccessiva flessione o estensione della schiena, in un insufficiente piegamento delle gambe, e perfino in una certa difficoltà nel tenere alla giusta altezza il braccio armato. Tali posture spesso sono mirate in primo luogo a ridurre o a prevenire un'eventuale sintomatologia dolorosa, e comunque all'obiettivo di realizzare uno schema corporeo il più possibile adeguato alle esigenze tecniche, malgrado i deficit.
In ogni caso, se un atleta è consapevole di non essere in grado di ritornare rapidamente nella posizione di guardia dopo un tentativo o una minaccia di affondo, a causa di una carenza a livello della muscolatura del core, tenderà a evitare tale gesto tecnico, o ad eseguirlo in modo scorretto e non massimale.
In linea generale, infine, una lombalgia, una dorsalgia o una cervicalgia rappresentano condizioni estremamente limitative in senso tecnico e agonistico per uno schermitore.

Patologie del rachide in allenamento

Ci sono precise patologie del rachide che potrebbero instaurarsi durante un allenamento o durante una gara?

In linea generale, non credo sia possibile una distinzione netta tra patologie del rachide in allenamento e in gara, perché si tratta di due fasi della vita di un atleta estremamente variabili in relazione alle modalità specifiche di somministrazione dei carichi di lavoro, adottate da ogni allenatore.
Ci sono maestri, ad esempio, che sottopongono i propri atleti ad esercitazioni tecniche – le cosiddette 'lezioni' – estremamente lunghe e impegnative, senza consentire fasi di scarico per la colonna, e spesso caratterizzate dalla ripetizione di un singolo gesto tecnico (ad esempio l'affondo), in chiave massimale, un numero indefinito di volte.
Tali condizioni possono rappresentare il terreno predisponente per danni di ogni tipo, soprattutto se le esercitazioni citate non vengano adeguatamente 'preparate' da un punto di vista muscolare.
In generale, ciò che danneggia i tessuti è soprattutto il microtrauma: il quale deriva dalla ripetizione iterativa di movimenti, tantopiù se effettuati ad alta intensità – sotto il profilo della potenza muscolare espressa – senza consentire alle strutture anatomiche coinvolte adeguati tempi di recupero.
Una modalità di allenamento di questo tipo può causare lesioni muscolari acute, ma arrivare a provocare danni cronici a carico di tutti i tessuti, i quali possono perfino dare luogo a fratture da stress.

Che cosa mette a rischio la salute della schiena di un atleta in gara?

La gara schermistica comporta situazioni oltremodo variabili, connesse anche alla sua durata: la quale, ovviamente, dipende in massima parte dalle qualità dell'atleta, e può variare da poche decine di minuti a diverse ore.
Ciò che a mio avviso può svolgere un ruolo importante, sotto il profilo etiopatogenetico, è la componente psicogena dovuta all'ansia preagonistica, la quale può determinare:
- l'esecuzione di gesti tecnici imperfetti;
- una generica predisposizione a tensioni muscolari eccessive, e dunque contratture dolorose;
- un affaticamento precoce ed eccessivo dell'atleta, che a sua volta amplifica gli altri fattori in una sorta di circuito perverso.

Ad ogni modo questo elemento psicogeno – al quale va aggiunto quello inerente le condizioni di salute di partenza dell'individuo al momento della competizione – non è di norma presente in allenamento, e dunque può capitare con una certa frequenza che anche atleti in forma e ben allenati, sottoposti a tensioni eccessive o a situazioni di stress psichico legate alle cause più varie, possano andare incontro a disturbi o a danni a carico del rachide.

Cosa fare, allora?

In tali casi svolge a mio avviso un ruolo di fondamentale importanza, in chiave preventiva, la possibilità di effettuare un riscaldamento pre-gara che consenta all'atleta di attivarsi nel modo migliore possibile, eliminando gli agenti stressogeni e l'ansia in collaborazione col proprio maestro-allenatore ed eventualmente con altre figure professionali, sulla base di procedure messe a punto in allenamento nel corso della stagione.

Scherma e paramorfismi del rachide

Paramorfismi del rachide. Di che cosa si tratta?

I paramorfismi sono sostanzialmente delle alterazioni delle curve del rachide in senso laterale o antero-posteriore, caratterizzate dal fatto di non essere strutturate.
Possono essere dovute a svariati fattori: un atteggiamento posturale in iperlordosi o in ipercifosi, ad esempio, oppure un dislivello del bacino: nella maggioranza dei casi connesso a sua volta a una dismetria degli arti inferiori, o all'eccessiva pronazione di un retropiede rispetto al controlaterale.

La scherma può causare o peggiorare eventuali asimmetrie della colonna vertebrale?

In linea generale, non credo che la scherma presenti un'incidenza di paramorfismi superiore a quella di altre discipline sportive, perché si tratta di condizioni – che peraltro raramente acquisiscono una rilevanza clinica – le quali non sono di norma causate dalla pratica sportiva, ma sono correlate allo sviluppo dell'individuo fin dai primi anni di vita: qualsiasi medico dotato di un'esperienza in questo campo, insomma, di norma rileva la presenza di tali anomalie con grande frequenza nella popolazione in età evolutiva, e solo raramente esse possono essere messe con certezza in relazione a specifiche attività sportive.

Ciò che è viceversa frequente osservare nella scherma è una differenza di trofismo nella muscolatura di un emisoma** rispetto all'altro, a sua volta correlata all'effettuazione dei gesti tecnici specifici di questo sport, che comportano una sostanziale condizione di asimmetria del corpo.

Questa componente a mio avviso non è necessariamente causa di squilibri posturali e dunque di paramorfismi, ma in ogni caso può essere facilmente compensata mediante l'effettuazione di lavori che interessino i gruppi muscolari relativamente ipotrofici rispetto ai controlaterali.

Scherma e rachide nei giovanissimi, considerazioni.
Fattori di rischio.
Cosa deve fare l'allenatore.

Il rachide dei soggetti in età evolutiva che non soffrano di particolari patologie o malformazioni, presenta delle caratteristiche che di norma lo preservano dalla comparsa di patologie acute o croniche: a condizione, però, che gli allenatori rispettino determinate regole, e tengano presenti tutti i fattori di rischio.
Per quanto riguarda questi ultimi, il primo e il più importante è rappresentato dall 'eccesso ponderale, la cui soluzione deve rappresentare l'obiettivo prioritario di ogni istruttore, maestro o allenatore che si occupi di giovanissimi.
Intimamente collegato al problema di una composizione corporea inadeguata, c'è di norma il problema dell' ipocinesia, che è oltremodo frequente nella nostra società, e che si può risolvere solo svolgendo un'opera di convincimento nei confronti di questi soggetti e delle loro famiglie, finalizzata a condurre un'alimentazione più corretta e, soprattutto, una vita più dinamica in senso lato: andare a scuola a piedi, ad esempio, salire sempre le scale a piedi, non stare ore di fronte a un pc o a un videogame, svolgere anche altre attività sportive, ecc.
In altri termini, l'idea – che molti genitori hanno – basata sulla convinzione che i propri figli siano degli sportivi solo perché si impegnano dalle due alle quattro ore a settimana in un'attività fisica, è del tutto fuorviante.
Il soprappeso produce sovraccarichi su tutte le articolazioni di sostegno, e in particolare sulla colonna, col rischio di causare a questo livello lesioni serie già in età estremamente precoci, o di determinare un peggioramento di lievi malformazioni congenite (spondilolisi, ad esempio, o schisi).



Quali regole devono seguire gli allenatori dei giovanissimi?

Per quanto riguarda le regole da seguire da parte degli allenatori, è indispensabile che essi tengano conto della necessità di somministrare ai soggetti in età evolutiva lavori multifattoriali e multilaterali, evitando una specializzazione troppo precoce. In particolare, è opportuno che gli allenatori consentano ai ragazzi di crescere sotto il profilo della preparazione neuromuscolare nell'ottica di un'attività svolta in chiave prevalentemente ludica.
Vanno evitati, inoltre, lavori di muscolazione svolti mediante l'ausilio di sovraccarichi pesanti (bilanceri), e vanno privilegiati i lavori con pesi leggeri (manubri, elastici), o a carichi naturali.

Spondilolistesi, ernie, protrusioni, compressioni, lombalgie, lombosciatalgie.

Cosa accomuna e cosa distingue tutte queste patologie?

Il comune denominatore di tutte queste patologie è il dolore lombare.
La lombalgia, in altri termini, rappresenta un sintomo comune a varie condizioni patologiche.
Sotto il profilo anatomo-patologico, una spondilolistesi rappresenta l'evoluzione regressiva di una spondilolisi, una condizione spesso asintomatica che rappresenta una soluzione di continuo dell' istmo vertebrale su base prevalentemente congenita, la quale interessa nella stragrande maggioranza dei casi le vertebre lombari L4 o L5.
La sostanziale instabilità causata dalla malformazione vertebrale può determinare nel tempo, in concomitanza di altri fattori causali e in particolare di carichi incongrui a livello lombosacrale, lo scivolamento in avanti della vertebra affetta dalla lisi, e ciò può innescare squilibri funzionali e ulteriori danni anatomici, quali protrusioni, ernie, fenomeni artrosici precoci.
Per quanto riguarda i concetti basilari di protrusione ed ernia discale rimando a quanto già scritto in precedenza.
La lombosciatalgia altro non è che la sofferenza di una o di entrambe le radici nervose del nervo sciatico, le quali emergono bilateralmente dalla colonna a livello degli ultimi spazi intervertebrali lombo-sacrali: in particolare, L3-L4, L4-L5 ed L5-S1.
La condizione di sofferenza, che in fase di esordio è prevalentemente su base irritativa e infiammatoria, è in genere determinata dalla compressione di tali radici da parte di una protrusione o di un'ernia del disco intervertebrale.
Se la compressione non viene ridotta in qualche modo, può accadere che il danno al nervo diventi irreversibile, con esiti consistenti in deficit sensitivo-motori a carico delle zone dei glutei e degli arti inferiori correlate al metamero, e dei gruppi muscolari interessati dal danno.
La genesi del dolore lombare in alcuni casi può essere dovuta all'interessamento del cosiddetto nervo seno-vertebrale di Luschka , un ramo nervoso ricorrente cui presiede la sensibilità dolorosa delle strutture anatomiche di quella zona, compresi il legamento longitudinale, il legamento giallo, il plesso venoso extradurale.
Pertanto, anche un danno a livello di una qualsiasi di tali strutture (ad esempio un movimento brusco che ne determini una lesione per elongazione o stiramento) può scatenare una sintomatologia dolorosa, che in questi casi non è dunque collegata a una discopatia.
L'impulso afferente proveniente dai recettori dolorifici locali può a sua volta provocare una risposta riflessa da parte del Sistema nervoso centrale, che consiste in una contrattura dei muscoli lunghi del dorso, la quale si configura perciò come una condizione a partenza primitivamente neurogena e non come una contrattura 'di difesa'.

Sedi di maggiore carico lavorativo nelle varie posture tecniche e nei movimenti tipici della scherma.

La cerniera dorso-lombare e quella lombo-sacrale rappresentano le zone maggiormente esposte ai carichi tipici della scherma e delle sue posture, come già accennato in precedenza.
Questi punti focali della colonna sono sottoposti nella scherma a carichi sia compressivi che, soprattutto, torsionali, sia nella posizione di guardia che in molti movimenti specifici, quali l'affondo, le brusche flessioni o iperestensioni del tronco, o le fasi caratterizzate da finte, tentativi di attacco, avanzamenti e arretramenti rapidi in pedana, azioni eseguite in prossimità del cosiddetto 'metro' (che talora vengono eseguite in condizioni di equilibrio oltremodo precario).
La possibilità di tollerare un insieme così vasto di movimenti che spesso sono imprevedibili – in quanto conseguenza di fasi dell'assalto convulse – non può prescindere da un'efficienza elevatissima dei gruppi muscolari coinvolti nel raccordo funzionale tra tronco e arti inferiori.
In mancanza di un allenamento specifico, si pongono i presupposti inevitabili per la comparsa di sovraccarichi funzionali che a loro volta rappresentano la causa di dolori e altri disturbi.



Ella Loescher




Ella Loescher è curatrice del sito AccademiadellaScherma. Dal 2005 al 2009 ha collaborato nella gestione di Schermaonline.com. Crede nello sport come strumento educativo, formativo, curativo e aggregativo per le persone di ogni età.

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