L'INFANZIA DI MARIA F. De Andrè
Ascoltatela nel concerto che ho postato del poeta.
Sciogli i capelli e guarda già vengono...
Guardala guardala scioglie i capelli
sono più lunghi dei nostri mantelli
guarda la pelle, tenera lieve
risplende il sole come la neve
guarda le mani guardale il viso
sembra venuta dal paradiso
guarda le forme la proporzione
sembra venuta per tentazione.
Guardala guardala scioglie i capelli
sono più lunghi dei nostri mantelli
guarda le mani guardale il viso
sembra venuta dal paradiso
guardale gli occhi guarda i capelli
guarda le mani guardale il collo
guarda la carne guarda il suo viso
guarda i capelli del paradiso
guarda la carne guardale il collo
sembra venuta dal suo sorriso
guardale gli occhi guarda la neve
guarda la carne del paradiso.
martedì 31 gennaio 2012
31 gennaio 2012
Liste di prescrizione
Le pantomime degli on. avv. Ghedini e Longo al Tribunale di Milano (ricusano i giudici del processo Mills che tagliano tre testimoni della difesa; si levano la toga ed escono platealmente dall’aula del processo Ruby perché i giudici non accolgono gli “impedimenti istituzionali” del loro cliente ormai disoccupato) appartengono ormai alla commedia dell’arte. Ma testimoniano anche la stravagante concezione del diritto che regna in Italia da 18 anni, da quando B. entrò in politica per non finire in galera e rispettò scrupolosamente l’impegno. Da allora destra e sinistra si sono scatenate in un centinaio di “riforme della giustizia” che, con la scusa di sveltire i processi, li allungavano per mandarli in prescrizione.
Questa, da “agente patogeno” della giustizia come l’ha definita ieri il presidente della Corte d’appello di Milano Giovanni Canzio, è diventata un diritto acquisito per politici e compari. Ha salvato, negli anni, Andreotti dal processo di Palermo per mafia, poi D’Alema dall’accusa di un finanziamento illecito dall’imprenditore malavitoso Francesco Cavallari, poi B. nei processi Mondadori (corruzione giudiziaria), All Iberian (tangenti a Craxi) e in altri tre per falso in bilancio. E ora lo salverà certamente nel processo Mills (corruzione giudiziaria), non si sa ancora se subito prima o subito dopo la sentenza di primo grado. Alcuni giornali, tipo i suoi, scrivono stravaganze, tipo che il Tribunale calpesterebbe i diritti della difesa per “correre” e arrivare a una condanna purchessia. Il verbo “correre”, per un dibattimento iniziato il 13 marzo 2006 e non ancora giunto alla prima sentenza, è una barzelletta. Qui l’unico che corre è B., ma per scappare. Ora s’è inventato, per giustificare la ricusazione, che i giudici avrebbero “anticipato il giudizio di colpevolezza” escludendo in extremis tre dei suoi testimoni. In realtà i giudici sono liberissimi di tagliare tutti i testi che vogliono quando vogliono, se li ritengono superflui: è probabile che – dopo sei anni di processo e una sentenza di Cassazione che ha già accertato la corruzione di Mills da parte di Fininvest nell’interesse di B. – si siano già fatti un’idea su B. Ma non hanno mai detto quale, dunque la ricusazione non sta né in cielo né in terra.
Come giustamente osserva il vicepresidente del Csm Vietti (ogni tanto ne dice una giusta anche lui), il giudice deve fare di tutto per scongiurare la prescrizione, visto che è pagato per accertare la verità processuale. Ma B. ha un sistema infallibile per far reintrodurre i suoi tre testi, peraltro superflui: rinunciare formalmente alla prescrizione per essere giudicato oltre i termini (da lui stesso accorciati da 15 a 10 anni con l’ex Cirielli). Perché non lo fa? Perché nessuno lo invita a farlo? Un politico accusato di un reato tanto grave non può incassare la prescrizione con mezzucci indecenti, soprattutto se ritiene di essere innocente. Il guaio è che qui, se c’è uno che anticipa la colpevolezza di B., è lo stesso B. Lui sa benissimo di essere colpevole: per questo è tanto sicuro di essere condannato.
Dopo gli appelli di Vietti, di Canzio e del primo presidente della Cassazione, la prescrizione è tornata al centro del dibattito, perché falcidia 160-200 mila reati all’anno. La soluzione è semplicissima: abrogare la Cirielli e allungare la prescrizione (come raccomandano Corte di Strasburgo e Osce), e uniformare il sistema italiano a quello delle democrazie più evolute, dove la prescrizione si ferma al rinvio a giudizio. Ma B. non vuole. Infatti ieri la ministra Severino, farfugliando di “efficienza della giustizia”, ha detto che “la prescrizione non è una priorità”: è quel che pensano anche decine di suoi ex clienti, che la aspettano con ansia per mandare in fumo i loro processi. E Bersani, nell’intervista al Messaggero sulla giustizia, di prescrizione non parla (preferisce attaccare le intercettazioni). Poi chiede agli alleati di smetterla di accusarlo di “inciucio”. Forse potrebbe aiutarli smettendola di inciuciare.
Il Fatto Quotidiano, 29 gennaio 2012
Le pantomime degli on. avv. Ghedini e Longo al Tribunale di Milano (ricusano i giudici del processo Mills che tagliano tre testimoni della difesa; si levano la toga ed escono platealmente dall’aula del processo Ruby perché i giudici non accolgono gli “impedimenti istituzionali” del loro cliente ormai disoccupato) appartengono ormai alla commedia dell’arte. Ma testimoniano anche la stravagante concezione del diritto che regna in Italia da 18 anni, da quando B. entrò in politica per non finire in galera e rispettò scrupolosamente l’impegno. Da allora destra e sinistra si sono scatenate in un centinaio di “riforme della giustizia” che, con la scusa di sveltire i processi, li allungavano per mandarli in prescrizione.
Questa, da “agente patogeno” della giustizia come l’ha definita ieri il presidente della Corte d’appello di Milano Giovanni Canzio, è diventata un diritto acquisito per politici e compari. Ha salvato, negli anni, Andreotti dal processo di Palermo per mafia, poi D’Alema dall’accusa di un finanziamento illecito dall’imprenditore malavitoso Francesco Cavallari, poi B. nei processi Mondadori (corruzione giudiziaria), All Iberian (tangenti a Craxi) e in altri tre per falso in bilancio. E ora lo salverà certamente nel processo Mills (corruzione giudiziaria), non si sa ancora se subito prima o subito dopo la sentenza di primo grado. Alcuni giornali, tipo i suoi, scrivono stravaganze, tipo che il Tribunale calpesterebbe i diritti della difesa per “correre” e arrivare a una condanna purchessia. Il verbo “correre”, per un dibattimento iniziato il 13 marzo 2006 e non ancora giunto alla prima sentenza, è una barzelletta. Qui l’unico che corre è B., ma per scappare. Ora s’è inventato, per giustificare la ricusazione, che i giudici avrebbero “anticipato il giudizio di colpevolezza” escludendo in extremis tre dei suoi testimoni. In realtà i giudici sono liberissimi di tagliare tutti i testi che vogliono quando vogliono, se li ritengono superflui: è probabile che – dopo sei anni di processo e una sentenza di Cassazione che ha già accertato la corruzione di Mills da parte di Fininvest nell’interesse di B. – si siano già fatti un’idea su B. Ma non hanno mai detto quale, dunque la ricusazione non sta né in cielo né in terra.
Come giustamente osserva il vicepresidente del Csm Vietti (ogni tanto ne dice una giusta anche lui), il giudice deve fare di tutto per scongiurare la prescrizione, visto che è pagato per accertare la verità processuale. Ma B. ha un sistema infallibile per far reintrodurre i suoi tre testi, peraltro superflui: rinunciare formalmente alla prescrizione per essere giudicato oltre i termini (da lui stesso accorciati da 15 a 10 anni con l’ex Cirielli). Perché non lo fa? Perché nessuno lo invita a farlo? Un politico accusato di un reato tanto grave non può incassare la prescrizione con mezzucci indecenti, soprattutto se ritiene di essere innocente. Il guaio è che qui, se c’è uno che anticipa la colpevolezza di B., è lo stesso B. Lui sa benissimo di essere colpevole: per questo è tanto sicuro di essere condannato.
Dopo gli appelli di Vietti, di Canzio e del primo presidente della Cassazione, la prescrizione è tornata al centro del dibattito, perché falcidia 160-200 mila reati all’anno. La soluzione è semplicissima: abrogare la Cirielli e allungare la prescrizione (come raccomandano Corte di Strasburgo e Osce), e uniformare il sistema italiano a quello delle democrazie più evolute, dove la prescrizione si ferma al rinvio a giudizio. Ma B. non vuole. Infatti ieri la ministra Severino, farfugliando di “efficienza della giustizia”, ha detto che “la prescrizione non è una priorità”: è quel che pensano anche decine di suoi ex clienti, che la aspettano con ansia per mandare in fumo i loro processi. E Bersani, nell’intervista al Messaggero sulla giustizia, di prescrizione non parla (preferisce attaccare le intercettazioni). Poi chiede agli alleati di smetterla di accusarlo di “inciucio”. Forse potrebbe aiutarli smettendola di inciuciare.
Il Fatto Quotidiano, 29 gennaio 2012
31 gennaio 2011
Ciao amici, doppia seduta schermistica oggi per le ragazze Senior, nel pomeriggio si sono unite a loro tutte le cadette e giovani dell'Academy e qualche altra giovane. Al mattino abbiamo fatto un girone a 8 stoccate; il pomeriggio assalti da 3 minuti senza mai fermarsi e senza contare le stoccate cercando di tenere un ritmo alto nella ricerca sempre delle buone esecuzioni. Sono soddisfatto del lavoro fatto. La Nishioka ha svolto una seduta mattutina molto positiva, nel pomeriggio l'ho esonerata dal lavoro....per non correre rischi, credo che per un pò dovremo valutare giorno per giorno come gestire Shio; ma la seduta di questa mattina mi ha fatto "rivedere" un'atleta!! Speriamo bene!!!
Domani lezione per appuntamento.
Ciao
Domani lezione per appuntamento.
Ciao
lunedì 30 gennaio 2012
30 gennaio 2012
Prescrizione all’italiana, garanzia d’impunità (Peter Gomez)
Solo a volerlo ammettere, la questione è semplice. In Italia la giustizia penale non funziona perché una parte importante di coloro i quali sono chiamati a fare le leggi non vogliono che funzioni o, nel migliore dei casi, non possono farla funzionare. E questa non è un’opinione, è un fatto. Dimostrato da quanto è accaduto negli ultimi 25 anni.
Prendete, per esempio, la questione della prescrizione. Dal 1989 il nuovo codice di procedura penale prevede che, sul modello di quanto accade nei sistemi anglosassoni, la prova si formi in aula. In questo modo il processo è diventato molto garantista: durante le udienze vengono ascoltate decine o centinaia di testimoni e tutte o quasi le indagini svolte dal pm sono ripetute. Questo è un bene per il cittadino imputato che così riduce il rischio di essere condannato da innocente, ma ovviamente implica dei tempi di dibattimento molto lunghi.
Il meccanismo insomma può reggere solo se si fanno pochi processi. E infatti chi ha ideato il nostro codice prevedeva che se ne celebrassero pochissimi: come accade negli Usa, dove l’85 per cento degli imputati, quando le prove sono forti, si dichiarano colpevoli e patteggiano la condanna ottenendo così degli sconti di pena. O in Inghilterra, dove addirittura solo il 10 per cento delle persone sotto inchiesta arriva al processo.
Nel nostro Paese invece la situazione è capovolta: in pochi patteggiano o accedono al rito abbreviato che garantisce uno sconto di un terzo sulla condanna. Perché lo fanno? Semplice, non ne hanno quasi mai la convenienza. Visto che moltissimi reati si prescrivono rapidamente, e il sistema è ormai ingolfato, è meglio tentare di resistere nella speranza (anzi nella quasi certezza) di veder tutto cancellato dal colpo di spugna del tempo prima del terzo grado di giudizio.
Da quando poi, nel 2005, il governo Berlusconi ha approvato la legge ex Cirielli, dura solo con i recidivi ma morbidissima con gli incensurati (i termini di prescrizione vengono di fatto dimezzati), la situazione è ancora peggiorata. Statisticamente è difficile che si arrivi a sentenza definitiva quando in tribunale si giudicano le contravvenzioni in materia antinfortunistica, ambientale ed ecologica; i delitti di corruzione, falso in bilancio, frode fiscale; quelli di maltrattamento in famiglia e violazione degli obblighi di assistenza famigliare.
Ma allora perché esiste la prescrizione? Solo per farla fare franca ai furbi e ai colletti bianchi? No. La ragione è semplice e in teoria è condivisibile: dopo un certo numero di anni lo Stato non ha più interesse a indagare su un reato perché è passato troppo tempo. Inutile lavorare (e spendere denaro dei contribuenti) per scoprire gli autori di un crimine che le stesse vittime non ricordano più.
In realtà in Italia accade una cosa diversa: spesso i reati si prescrivono quando ormai gli imputati sono stati individuati. Ci sono processi che saltano in primo grado, in appello e addirittura in Cassazione. Tutto viene cancellato quando già polizia e magistrati hanno consumato molti soldi pubblici ed energie per identificare i presunti colpevoli: un’assurdità. All’estero questo non accade. In Germania, per esempio, una volta che c’è stata la prima sentenza, la prescrizione è definitivamente interrotta. Negli Stati Uniti muore addirittura il giorno del rinvio a giudizio.
Certo, i problemi della giustizia penale italiana, non sono tutti qui. Ci sono troppe leggi, troppi reati, troppi tribunali, una procedura farraginosa, ci sono carenze di organico e di personale. Ma chiunque abbia seguito qualche dibattimento ed è in buona fede dovrebbe sapere che qualsiasi riforma è destinata a fallire se non si interviene sulla prescrizione, incentivando così i riti alternativi.
Il problema è che lo sanno anche le decine e decine di parlamentari condannati, indagati o salvati da prescrizione e amnistia che, assieme ai loro avvocati, siedono a Montecitorio o Palazzo Madama. A partire da quei fedelissimi di Silvio Berlusconi che oggi dicono: se si tocca la prescrizione il governo cade.
A gente come loro una giustizia che funzioni non conviene. Perché ai capponi puoi chiedere tutto, ma non di festeggiare il Natale.
Solo a volerlo ammettere, la questione è semplice. In Italia la giustizia penale non funziona perché una parte importante di coloro i quali sono chiamati a fare le leggi non vogliono che funzioni o, nel migliore dei casi, non possono farla funzionare. E questa non è un’opinione, è un fatto. Dimostrato da quanto è accaduto negli ultimi 25 anni.
Prendete, per esempio, la questione della prescrizione. Dal 1989 il nuovo codice di procedura penale prevede che, sul modello di quanto accade nei sistemi anglosassoni, la prova si formi in aula. In questo modo il processo è diventato molto garantista: durante le udienze vengono ascoltate decine o centinaia di testimoni e tutte o quasi le indagini svolte dal pm sono ripetute. Questo è un bene per il cittadino imputato che così riduce il rischio di essere condannato da innocente, ma ovviamente implica dei tempi di dibattimento molto lunghi.
Il meccanismo insomma può reggere solo se si fanno pochi processi. E infatti chi ha ideato il nostro codice prevedeva che se ne celebrassero pochissimi: come accade negli Usa, dove l’85 per cento degli imputati, quando le prove sono forti, si dichiarano colpevoli e patteggiano la condanna ottenendo così degli sconti di pena. O in Inghilterra, dove addirittura solo il 10 per cento delle persone sotto inchiesta arriva al processo.
Nel nostro Paese invece la situazione è capovolta: in pochi patteggiano o accedono al rito abbreviato che garantisce uno sconto di un terzo sulla condanna. Perché lo fanno? Semplice, non ne hanno quasi mai la convenienza. Visto che moltissimi reati si prescrivono rapidamente, e il sistema è ormai ingolfato, è meglio tentare di resistere nella speranza (anzi nella quasi certezza) di veder tutto cancellato dal colpo di spugna del tempo prima del terzo grado di giudizio.
Da quando poi, nel 2005, il governo Berlusconi ha approvato la legge ex Cirielli, dura solo con i recidivi ma morbidissima con gli incensurati (i termini di prescrizione vengono di fatto dimezzati), la situazione è ancora peggiorata. Statisticamente è difficile che si arrivi a sentenza definitiva quando in tribunale si giudicano le contravvenzioni in materia antinfortunistica, ambientale ed ecologica; i delitti di corruzione, falso in bilancio, frode fiscale; quelli di maltrattamento in famiglia e violazione degli obblighi di assistenza famigliare.
Ma allora perché esiste la prescrizione? Solo per farla fare franca ai furbi e ai colletti bianchi? No. La ragione è semplice e in teoria è condivisibile: dopo un certo numero di anni lo Stato non ha più interesse a indagare su un reato perché è passato troppo tempo. Inutile lavorare (e spendere denaro dei contribuenti) per scoprire gli autori di un crimine che le stesse vittime non ricordano più.
In realtà in Italia accade una cosa diversa: spesso i reati si prescrivono quando ormai gli imputati sono stati individuati. Ci sono processi che saltano in primo grado, in appello e addirittura in Cassazione. Tutto viene cancellato quando già polizia e magistrati hanno consumato molti soldi pubblici ed energie per identificare i presunti colpevoli: un’assurdità. All’estero questo non accade. In Germania, per esempio, una volta che c’è stata la prima sentenza, la prescrizione è definitivamente interrotta. Negli Stati Uniti muore addirittura il giorno del rinvio a giudizio.
Certo, i problemi della giustizia penale italiana, non sono tutti qui. Ci sono troppe leggi, troppi reati, troppi tribunali, una procedura farraginosa, ci sono carenze di organico e di personale. Ma chiunque abbia seguito qualche dibattimento ed è in buona fede dovrebbe sapere che qualsiasi riforma è destinata a fallire se non si interviene sulla prescrizione, incentivando così i riti alternativi.
Il problema è che lo sanno anche le decine e decine di parlamentari condannati, indagati o salvati da prescrizione e amnistia che, assieme ai loro avvocati, siedono a Montecitorio o Palazzo Madama. A partire da quei fedelissimi di Silvio Berlusconi che oggi dicono: se si tocca la prescrizione il governo cade.
A gente come loro una giustizia che funzioni non conviene. Perché ai capponi puoi chiedere tutto, ma non di festeggiare il Natale.
30 gennaio 2012
Ciao amici, ultima giornata di riposo per le Senior che riprenderanno domani con una doppia seduta a base di match. Anche oggi ho passato la giornata lavorando con un pò di cadette e di under 20; ho fatto lezione alla Oshi, Umetsu, Ogata, Asano e Yanaoka. La prima parteciperà alla gara under 20 di Lyone, le altre andranno a Parigi per la maratona delle cadette.
Per quanto riguarda la Ichikawa, ci siamo parlati oggi e abbiamo deciso di comune accordo di non partecipare alle gare di Tauber e di Danzica per provare un recupero fisioterapico, senza operazione, per vedere se riuscirà a partecipare alla doppia trasferta di marzo a Torino e Budapest.
Ciao
Per quanto riguarda la Ichikawa, ci siamo parlati oggi e abbiamo deciso di comune accordo di non partecipare alle gare di Tauber e di Danzica per provare un recupero fisioterapico, senza operazione, per vedere se riuscirà a partecipare alla doppia trasferta di marzo a Torino e Budapest.
Ciao
domenica 29 gennaio 2012
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