martedì 30 agosto 2011

30 agosto 2011

La lama spezzata

Non combatterò mai più:Matthias Behr, 19 luglio 1982


Senza considerare il periodo bellico e le cadenze olimpiche, è dal lontano 1921 che i campionati mondiali di scherma si svolgono regolarmente ogni anno in una località sempre diversa.

Un’eccezione venne applicata però a quelli dell’edizione 1982, quando la FIE, Federazione Internazionale della Scherma, scelse la città di Roma per la seconda volta nella storia. E diversamente dalla prima, che si tenne nel 1955 al Palazzo dei Congressi dell’Eur, in questa occasione la sede della manifestazione venne affidata alla cornice, di qualche anno più moderna, del Palazzo dello Sport (oggi ribattezzato col nome indigeribile di PalaLottomatica, in omaggio allo sponsor), sempre nel quartiere dell’Eur.

Durante i dieci giorni dei campionati del mondo, tra il 15 e il 24 luglio 1982, tutta Roma era stata assalita da un’ondata di caldo africano. Ma all’interno del Palazzo dello Sport l’aria condizionata riusciva a creare un’atmosfera di primavera artificiale. E al riparo dalla canicola le competizioni, sia maschili che femminili, si susseguivano per tutte e tre le armi, fioretto, spada e sciabola, su un livello tecnico decisamente elevato, con le solite scuole francesi, ungheresi, tedesche, sovietiche e italiane, a dominare le scene.

Nella suggestiva gara di fioretto a squadre, il lunedì del 19 luglio si era arrivati ai quarti di finale. E già alle undici del mattino la nostra squadra italiana aveva evaso seraficamente la formalità dell’incontro con la modesta formazione belga, guadagnandosi la semifinale con un ineccepibile 9-0. Pochi minuti dopo però, sulla pedana numero quattro, dirimpetto alla tribuna centrale, era cominciata una partita dall’esito decisamente più incerto, tra i campioni del mondo uscenti dell’Unione Sovietica e la Germania Occidentale. La vincente tra queste due nazionali avrebbe dovuto affrontare proprio l’Italia in semifinale.

I tedeschi stavano conducendo per 2-1, quando salirono a duellare gli atleti più rappresentativi delle due squadre. Per l’URSS era stata schierata la punta di diamante: il mancino Vladimir Smirnov, un ventottenne elettricista dell’Armata Rossa di stanza a Kiev, nato in un microscopico villaggio nella regione di Yaroslavl, che prima di approdare alla scherma aveva provato pressoché indiscriminatamente quasi tutti gli sport. Ma in soli otto anni di attività agonistica come schermidore vantava già un curriculum invidiabile. Dopo essere salito alla ribalta vincendo i campionati sovietici nel 1977, approdò alla medaglia d’oro olimpica nel 1980, e al titolo mondiale l’anno successivo. La sua avventura romana però non aveva avuto un inizio felicissimo, e nella gara individuale era già stato estromesso durante la fase eliminatoria. Proprio in questo incontro poteva trovare l’occasione di riscattarsi.

La Germania Ovest invece metteva in campo un atleta dalla biografia profondamente diversa da quella del suo avversario. Il tedesco Matthias Behr non era uno “schermidore per caso”. Nella sua famiglia la tradizione schermistica aveva radici profonde, e cominciò a tirare di fioretto e di spada fin dalla prima infanzia, indotto dal fratello maggiore Jochen. Con simili presupposti, è stato quasi inevitabile per Matthias scegliersi una professione che non gli poteva essere più congeniale: maestro di scherma nella sua cittadina natale di Tauberbischofsheim nei pressi di Stoccarda.

Per chi fosse un po’ a digiuno delle regole di questo sport, è il caso di ricordare che nella specialità del fioretto (come si deduce anche dal nome, quest’arma è più leggera rispetto alla spada e alla sciabola) solo il busto dell’avversario è valido come bersaglio. E all’epoca dei campionati di Roma 1982, nelle gare a squadre si disputavano al meglio sedici duelli incrociati tra tutti e quattro i membri delle due contendenti. Vinceva quindi la formazione che arrivava per prima a totalizzare nove punti. Mentre in ogni singolo duello prevaleva il concorrente che giungeva per primo alle cinque stoccate, facendo assegnare il punto alla propria squadra.

In quell’occasione Matthias Behr stava conducendo per 4 stoccate a 3, e gliene mancava solo una per aggiudicarsi la partita. Era molto concentrato, e dall’alto del suo metro e 94 sovrastava il sovietico, di dieci centimetri più basso e fisicamente meno possente, ma più elegante dal punto di vista stilistico.

L’orologio digitale del palasport segnava mezzogiorno e un quarto quando Vladimir Smirnov affondò l’attacco al tedesco, che rispose trascinandosi in un contrattacco impetuoso. Behr protese in avanti il braccio che reggeva il fioretto, e la sua punta arrotondata si stampò sullo sterno del sovietico protetto dal giubbotto corazzato. Sarebbe stato il colpo della vittoria. Ma Behr non ebbe il tempo di gioire. Sullo slancio irresistibile della sua azione, la lama d’acciaio dell’arma, lunga 90 centimetri, si inclinò a tal punto da spezzarsi come un ramo secco a due terzi dall’impugnatura. E il moncone, con la punta tagliente dalla forma del becco di un flauto, si indirizzò verso la retìna della maschera di Smirnov. Una delle deboli maglie metalliche cedette di schianto, e la lama la trafisse, infilandosi tra l’occhio e il sopracciglio sinistro, per poi penetrare di dieci centimetri all’interno della fronte.


Behr, resosi istintivamente conto di quello che stava accadendo, frenò di colpo la foga della propria azione, e ritirò indietro di scatto il braccio che teneva il fioretto spezzato. Ma era troppo tardi. Smirnov lanciò un grido che raggelò il Palazzo dello Sport, e con un ultimo riflesso fece appena in tempo a strapparsi la maschera dal viso, prima di accasciarsi sulla pedana.

I medici presenti, tra i quali soprattutto Marius Valsamis, professore di neurologia al seguito della formazione statunitense, si lanciarono subito a prestare i primi soccorsi e lo trovarono già privo di sensi, mentre dei fiotti di sangue gli uscivano dall’orbita sinistra e dalla bocca. A sirene spiegate venne trasportato al Sant’Eugenio, l’ospedale più vicino al quartiere dell’Eur, che però non era attrezzato per gli interventi di neurochirurgia, e quindi fu necessario un altro viaggio per trasferirlo al Policlinico Gemelli. Lì le prime analisi confermarono che la lama spezzata aveva provocato una lesione al lobo frontale del cervello.

Il fiorettista sovietico entrò immediatamente in coma irreversibile, e il giorno dopo i medici romani dovettero diagnosticarne la morte cerebrale. Solo le macchine lo tennero artificialmente in vita, permettendogli di respirare per altri nove giorni, finché il 28 luglio 1982, a campionato mondiale già finito, anche il suo cuore smise di battere.

Durante quei nove giorni di agonia i giornali occidentali dedicarono molto spazio all’incidente di Roma, ma in Unione Sovietica questo avvenimento venne praticamente rimosso dalle notizie sportive e non solo. Solamente sul periodico degli esuli russi in Francia, Russkaya Mysl (“Pensiero Russo”), nell’agosto 1982 venne pubblicato un articolo del giornalista sportivo Arthur Werner, riapparso recentemente sul sito internet dello stesso autore, dove si diede un resoconto sull’atteggiamento dei media sovietici durante quei giorni.

E il quadro che ne esce fuori è quantomeno deprimente. L’inviato a Roma del principale quotidiano sportivo dell’epoca (e anche di oggi), Sovetsky Sport, raccontò piuttosto dettagliatamente le gare disputate da Smirnov durante i campionati mondiali, fino al giorno dell’incidente. Da quel momento però lo citò solo una volta ancora, il 23 luglio, per riferire che “ha subìto gravi ferite, ed è ora ricoverato in ospedale”, soffermandosi poi molto più a lungo, e prodigandosi con toni trionfalistici sui successi degli altri schermidori sovietici. Secondo una tesi di Werner, addirittura, sarebbero state le stesse autorità sovietiche a richiedere espressamente il suo mantenimento in vita almeno fino al termine dei campionati mondiali. E, solo il 29 luglio l’agenzia Tass fece il suo nome per dare l’annuncio della sua morte, corredandolo di una telegrafica biografia.

Lo stesso Sovetsky Sport, vent’anni dopo i fatti, nell’aprile 2002, ha ricordato che “gli appassionati di sport sovietici hanno potuto conoscere la verità soltanto molto tempo dopo, perché la vita umana in quel periodo non valeva nulla di fronte all’ideale. E questo ideale (aggiungiamo “defunto“, parafrasando Fabrizio De André – n.d.a.) richiedeva di non traumatizzare e non impressionare mai la popolazione”.

Ma gli sportivi del mondo sovietico non furono gli unici ad essere tenuti all’oscuro di quanto era accaduto a Vladimir Smirnov. Anche sua moglie Emma, intervistata nel 2005 dal giornale ucraino Fakty i Kommentarii, rivelò che in quei giorni lo stesso allenatore della squadra sovietica Viktor Bykov la rassicurò sulla sorte del marito, mentendo sulle sue reali condizioni cliniche. Emma venne a sapere la verità solamente il giorno dopo la sua morte, leggendo le due laconiche righe di necrologio sulla pagina sportiva di un giornale del mattino.
In seguito alla tragedia di Roma si rinfocolarono le polemiche sulla sicurezza nella scherma, che portarono, in capo a un paio d’anni, a fissare dei nuovi standard per le maschere protettive e a rendere obbligatorio il corpetto in kevlar, un materiale già utilizzato anche per i giubbotti antiproiettile, e oggi rimpiazzato da altre fibre polimeriche ancora più resistenti. Per Matthias Behr, invece, si consumò l’altra faccia del dramma. L’incidente di Smirnov lo sconvolse, ed i giornalisti presenti al Palazzo dello Sport di Roma quel giorno lo descrissero con gli occhi ancora terrorizzati e il volto impallidito. Andò immediatamente nella sua camera d’albergo, dove si rinchiuse per tutto il resto della giornata. La mattina dopo, ancora sotto choc, fece ritorno in Germania.

Distrutto nell’animo, d’istinto decise di abbandonare l’attività agonistica, e quando tornò al proprio lavoro di maestro di scherma sentì che nulla era più come prima. L’incubo di quei fatti continuò a perseguitarlo, e solo il paziente intervento dell’allenatore della nazionale della Germania Ovest Emil Beck, il suo primo maestro alla scuola di scherma di Tauberbischofsheim, riuscì a fargli cambiare idea. Poco prima dei campionati europei di Mödling in Austria nell’ottobre 1982, Behr ritrovò la forza per ritornare in pedana. E siccome era un campione, insieme a quella ritrovò presto anche i successi. Sempre nel fioretto, l’anno dopo vinse il campionato del mondo a Vienna con la sua squadra della Germania Occidentale, e alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984 arrivò alla finale individuale, dove venne battuto solo dal nostro Mauro Numa sul filo di lana. Fino al ritiro definitivo nel 1988, al termine delle Olimpiadi di Seul, che lo videro conquistare un’altra volta la medaglia d’argento, continuò ad essere tra i protagonisti a livello mondiale. Ma anche negli anni successivi la scherma e la vita di Behr non si sono più separate. Nel 1999 divenne per un breve periodo allenatore della nazionale tedesca, succedendo al suo maestro e compaesano Emil Beck, ed oggi è il direttore della scuola di scherma di Tauberbischofsheim, una delle più prestigiose della Germania.

Ma il dramma vissuto ai campionati mondiali di Roma è sempre rimasto a tormentare i suoi pensieri. E in un’intervista del marzo 2004 al quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine ha confidato: “Mi basta essere in un supermercato e incrociare con lo sguardo una bottiglia di vodka con l’etichetta Smirnoff, per provare una sensazione orribile. Quel nome continua a impressionarmi. E mi sembra di rivederlo ancora”.

Caro Matthias, sei per me un caro amico, ti abbraccio forte!!!!!!


domenica 28 agosto 2011

28 agosto 2011

Udinese Arsenal

LA STAMPA: Era lo spareggio tra due club che hanno fatto della valorizzazione dei giovani la chiave della loro esistenza. L'Arsenal ci riesce investendo parecchio di quanto ricava dalle cessioni perchè i ragazzi che Wenger scova in giro sono già piuttosto cari e ogni tanto si concede colpi costosi, come Arshavin e Van Persie. L'Udinese batte una strada più radicale. Pozzo ha intascato un centinaio di milioni dalla vendita di Sanchez, Inler e Zapata più il saldo di Pepe, Motta, Candreva e qualche altro: tuttavia il denaro non si è mosso dalle casse dei bianconeri. Come quando nelle battaglie si falcidiavano le prime linee e al loro posto avanzavano le seconde, così i friulani hanno sostituito i giocatori importanti pescando dal serbatoio di casa e pensano di reggere la stagione con quello. Ma stavolta Pozzo esagera. Per quanto l'eliminazione sia stata dignitosa, affrontare il grande calcio con l'oscuro brasiliano Neuton o il terzinetto Ekstrand, che l'anno scorso veniva convocato solo perchè imparasse l'italiano, è un atto di presunzione più che di gestione oculata.

GAZZETTA DELLO SPORT: In Champions va l'Arsenal, che fa valere attitudine e abitudine al football che conta. L'Udinese paga emotività e inadeguatezza dei mezzi. Per colpa di chi? Leviamoci il dente, parliamoci chiaro: chi scrive ritiene che la squadra e Guidolin non abbiano colpe. Troppo facile prendersela con i fantasmi che agitano Di Natale dagli 11 metri o con le insicurezze di Neuton. Questa Udinese è andata oltre se stessa. Guidolin ha tenuto in linea di galleggiamento una squadra che, per livello tecnico, non è paragonabile all'Arsenal (i Gunners saranno pure in crisi, ma in campo mandano campioni come Walcott, van Persie, Ramsey e Sagna). Questo concetto base l'ha capito il pubblico, che ha applaudito i suoi giocatori come se la qualificazione fosse stata conquistata. E l'hanno afferrato gli avversari stessi: è significativo che abbiano chiesto con forza la maglia a Di Natale, i giocatori sanno riconoscere il valore altrui. E allora per colpa di chi l'Udinese non è entrata in Champions? Incassare sì, investire no Con le cessioni di Sanchez, Inler e Zapata l'Udinese ha incassato circa 60 milioni. Soldi cash, contanti. I Pozzo non hanno investito parte della somma in un giocatore di prima fascia, che affiancasse Di Natale in avanti. Ci hanno provato con Giovani dos Santos, ma è andata male. Sono arrivati Floro Flores e Barreto, cavalli di ritorno che però contro l'Arsenal non c'erano. E' stato acquistato il promettente, ma sbarbato Fabbrini. Ieri, a pochi minuti dalla fine, è entrato in campo Denis, già ceduto all'Atalanta. A Guidolin è stato chiesto di fare le nozze con i fichi secchi e l'allenatore è stato bravo a tenere vivo il sogno. Nelle due partite, tra Londra e il Friuli, Handanovic è stato fenomenale e quando un portiere fa miracoli, significa che davanti a lui ci sono problemi. Tra l'Emirates e il ritorno, l'Udinese ha però colpito tre legni, tutti con Di Natale, due in Inghilterra e uno ieri sullo 0-0. Di Natale che sbaglia i rigori e che in questa notte qualcuno cerca di processare: ma di che cosa stiamo parlando?

Mandi

sabato 27 agosto 2011

27 agosto 2011

Ciao amici, ho trovato in rete questo articolo.

Mi sembra che in questi giorni si stia parlando anche di pensioni in Italia???!!!!....meditate gente ....meditate

L’avvocato Felice Crosta si è battuto per un paio d’anni, ma alla fine è riuscito nel suo intento. L’ex presidente dell’agenzia dei Rifiuti potrà godersi una pensione d’oro, ben 1.369 euro al giorno. Attenzione:non al mese, al giorno. E’ questo il contenuto della sentenza pronunciata dalla Corte dei Conti. Insomma, in tempi di tagli alle spese, suona alquanto strano e soprattutto contraddittoria questa notizia. Tuttavia, Crosta insiste dicendo che quei soldi gli spettano e che non voleva rinunciarvi. Infatti, ciò era stato previsto da una legge della Regione siciliana, la quale era stata oggetto di approvazione ai tempi del governatore Cuffaro. Facendo due conti, Crosta riceverà una pensione mensile che si aggira a cifre record, ben 41.600 euro lordi. Facendo un paragone, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano percepisce un’indennità annuale di circa 220 mila euro, oppure facciamo l’esempio di Carlo Azeglio Ciampi, il quale prima di entrar a far parte del Quirinale, si fece garantire una pensione mensile di 34 mila euro. E’ possibile aggiungere che in base ai dati forniti da l’Espresso nel 2008, agli ex presidenti della Consulta, Romano Vaccarella e Gustavo Zagrebelsky, erano state attribuiti assegni di quiescenza pari a 25.097 e 21.332 euro ogni mese. In pratica, in base a questi dati Felice Crosta si appresterebbe a ricevere la medaglia d’oro del dipendente pubblico più pagato all’interno del territorio italiano. Inoltre, ha conquistato un altro record, ebbene sì, ha sfondato il tetto ai trattamenti previdenziali «obbligatori» che era stato previsto nell’ottobre del 2003 da parte del consiglio dei ministri: 516 euro al giorno. Durante il corso degli ultimi dieci anni, Crosta ha cercato di gestire il problema dell’emergenza rifiuti in Sicilia. Anche se pare non sia riuscito a risolverla del tutto: gli Ato, cioè gli organismi incaricati di garantire il servizio di raccolta e smaltimento, hanno messo da parte un debito che si aggira ad un miliardo di euro, in più la gara per i termovalorizzatori è stata oggetto di annullamento con un provvedimento emesso da parte dell’Unione europea e i cassonetti strabordanti vengono paragonati a quelli presenti in Campania. Anche se gli insuccessi non sono di certo mancati per Crosta, nel marzo del 2006 l’ex governatore Salvatore Cuffaro ha deciso di concedergli dei compensi alle stelle, cifre che hanno sfiorato i 460 mila euro. La notizia dell’assegno mensile record non ha certo ricevuto ampi consensi, specialmente da Raffaele Lombardo, a capo della Regione Sicilia. In più, oltre alla beffa anche il danno, difatti oltre all’assegno mensile, l’ente si vedrà costretto a riconoscere a Crosta circa un milione di arretrati e la somma circa la rideterminazione del Tfr. Inizialmente, l’amministrazione aveva riconosciuto solamente 219 mila euro all’ex presidente, così Crosta si era rivolto alla Corte dei Conti al fine di ottenere il riconoscimento del suo diritto. In alcune dichiarazioni rilasciate da Crosta, l’ex dirigente ha affermato che quel denaro non è di certo un regalo, ma la giusta retribuzione per un lavoro che ha avuto la durata di ben 45 anni. L’unica chance rimasta alla Regione siciliana attualmente con i conti in rosso (ben due miliardi di deficit) è quella di proporre appello contro la sentenza pronunciata dalla Corte dei conti. La pensione di Crosta risulta essere l’ennesimo peso aggiunto alla spesa previdenziale, infatti sono oltre 560 i milioni da pagare per garantire le pensioni ad un’armata di ex dipendenti (14.917). Queste spese a cui la Regione siciliana deve far fronte, pesano tutte su di essa, dato che non ha ancora attivato un fondo quiescenza, anche se lo ha istituito per legge. In più, la Regione sta continuando a fornire pensioni a tutti quelli che riescono a dare prova di avere un parente infermo di cui prendersi cura. Questa rappresenta un’estensione della legge n. 104, che ha premiato ben 700 impiegati andati a riposo con 25 anni di anzianità (per le donne sono sufficienti 20). Situazione di cui ha profittato anche l’ex segretario generale Pier Carmelo Russo, il quale a dicembre, in seguito al pensionamento, ha ottenuto la carica di assessore regionale da parte del govenatore Lombardo.



giovedì 25 agosto 2011

26 agosto 2011

Ciao amici e' venerdi pomeriggio, dopo la seduta di preparazione fisica di questa mattina ho sciolto le righe e regalato mezza giornata in piu' alle ragazze oltre alle due del weekend gia' previste.Il 24 e il 25 le ragazze hanno svolto un mega girone a15 stoccate. 21 ragazze(senior,junior e cadette) hanno suddiviso in quattro sedute i 20 assalti a 15 stoccate.Molto buono il lavoro sia per l'intensita' che per la performance tecnica.Sono molto contento di questo tipo di lavoro perche' sto cercando di creare la "catena" per dare continuita' generazionale e per permettere alle ragazze piu' giovani di crescere allenandosi con le piu' grandi.lunedi riprenderemo con lezioni sia al mattino che al pomeriggio.
Questa domenica andro' assieme ad Emura San ad assistere ad una gara cadette e junior a Setagayaku.
Ciao buon weekend.

domenica 21 agosto 2011

21 agosto

Ciao amici,è finita la prima settimana di allenamento schermistico, tutto è andato bene, stiamo lavorando con calma e serenità; sto consegnando alle ragazze il materiale video della coppa del mondo e degli europei, per permettere loro di studiare e farsi trovare preparate dal punto di vista tecnico.Nelle prossime settimane lavoreremo in pedana anche su questo aspetto.Studiare i comportamenti, la tecnica e le scelte delle grandi campionesse serve sempre; ho preparato anche dei video speciali sulle francesi e sulle ungheresi che saranno, a seconda del sorteggio, le nostre avversarie nella gara a squadre per entrare tra le prime 8.E' chiaro che tutto questo studio non servirà a nulla se poi non saremo in grado di fare le cose giuste al momento giusto!!!Quindi come ho sempre detto la tattica è figlia della tecnica, è inutile che ti dica di fare una cosa, se non la sai fare, o non te l'ho insegnata.Quindi tanta tecnica,tempo, misura e......."andiamo avanti tranquillamente"(come disse De Gregori).
Domenica di riposo per le Senior, ho potuto così lavorare su un gruppetto di "minimum"(le nostre allieve)per continuare il lavoro di semina, spero di riuscire un giorno a creare la "catena"....allieve,cadette,junior e senior allora forse riusciremo a dare solide fondamenta alla nostra casa.
Ciao

sabato 20 agosto 2011

20 agosto 2011


La lettera integrale pubblicata dall'Ansa, indirizzata al direttore Augusto Minzolini e al Cdr, e per conoscenza al direttore generale della Rai Mauro Masi, al presidente dell'azienda Paolo Garimberti e al responsabile delle Risorse umane Luciano Flussi.

Una scelta difficile ma obbligata

Maria Luisa Busi lascia il TG1: "Oggi l'informazione del TG1 è un'informazione parziale e di parte"“Caro direttore - scrive la Busi - ti chiedo di essere sollevata dalla mansione di conduttrice dell'edizione delle 20 del TG1, essendosi determinata una situazione che non mi consente di svolgere questo compito senza pregiudizio per le mie convinzioni professionali. Questa è per me - prosegue - una scelta difficile, ma obbligata. Considero la linea editoriale che hai voluto imprimere al giornale una sorta di dirottamento, a causa del quale il TG1 rischia di schiantarsi contro una definitiva perdita di credibilità nei confronti dei telespettatori.

Una volta era il giornale di tutti

Come ha detto - osserva la giornalista - il presidente della Commissione di Vigilanza Rai Sergio Zavoli: 'la più grande testata italiana, rinunciando alla sua tradizionale struttura ha visto trasformare insieme con la sua identità, parte dell'ascolto tradizionale’.
Amo questo giornale, dove lavoro da 21 anni. Perchè è un grande giornale. È stato il giornale di Vespa, Frajese, Longhi, Morrione, Fava, Giuntella. Il giornale delle culture diverse, delle idee diverse. Le conteneva tutte, era questa la sua ricchezza. Era il loro giornale, il nostro giornale. Anche dei colleghi che hai rimosso dai loro incarichi e di molti altri qui dentro che sono stati emarginati. Questo è il giornale che ha sempre parlato a tutto il Paese. Il giornale degli italiani.

Il giornale che ha dato voce a tutte le voci. Non è mai stato il giornale di una voce sola. Oggi l'informazione del TG1 è un'informazione parziale e di parte.
Dov'è il paese reale? Dove sono le donne della vita reale? Quelle che devono aspettare mesi per una mammografia, se non possono pagarla? Quelle coi salari peggiori d'Europa, quelle che fanno fatica ogni giorno ad andare avanti perchè negli asili nido non c'è posto per tutti i nostri figli? Devono farsi levare il sangue e morire per avere l'onore di un nostro titolo. E dove sono le donne e gli uomini che hanno perso il lavoro? Un milione di persone, dietro alle quali ci sono le loro famiglie.


Dove sono i giovani, i precari, i cassintegrati?

Dove sono i giovani, per la prima volta con un futuro peggiore dei padri? E i quarantenni ancora precari, a 800 euro al mese, che non possono comprare neanche un divano, figuriamoci mettere al mondo un figlio? E dove sono i cassintegrati dell'Alitalia? Che fine hanno fatto? E le centinaia di aziende che chiudono e gli imprenditori del nord est che si tolgono la vita perchè falliti? Dov'è questa Italia che abbiamo il dovere di raccontare? Quell'Italia esiste. Ma il tg1 l'ha eliminata.


Anche io compro la carta igienica per la scuola di mia figlia

Anche io compro la carta igienica per mia figlia che frequenta la prima elementare in una scuola pubblica. Ma la sera, nel TG1 delle 20, diamo spazio solo ai ministri Gelmini e Brunetta che presentano il nuovo grande progetto per la digitalizzazione della scuola, compreso di lavagna interattiva multimediale.
L'Italia che vive una drammatica crisi sociale è finita nel binario morto della nostra indifferenza. Schiacciata tra un'informazione di parte - un editoriale sulla giustizia, uno contro i pentiti di mafia, un altro sull'inchiesta di Trani nel quale hai affermato di non essere indagato, smentito dai fatti il giorno dopo - e l'infotainment quotidiano: da quante volte occorre lavarsi le mani ogni giorno, alla caccia al coccodrillo nel lago, alle mutande antiscippo.

Arricchiamo le sceneggiature dei programmi di satira

Una scelta editoriale con la quale stiamo arricchendo le sceneggiature dei programmi di satira e impoverendo la nostra reputazione di primo giornale del servizio pubblico della più importante azienda culturale del Paese. Oltre che i cittadini, ne fanno le spese tanti bravi colleghi che potrebbero dedicarsi con maggiore soddisfazione a ben altre inchieste di più alto profilo e interesse generale.
Un giornalista ha un unico strumento per difendere le proprie convinzioni professionali: levare al pezzo la propria firma. Un conduttore, una conduttrice, può soltanto levare la propria faccia, a questo punto. Nell'affidamento dei telespettatori è infatti al conduttore che viene ricollegata la notizia. È lui che ricopre primariamente il ruolo di garante del rapporto di fiducia che sussiste con i telespettatori.

I fatti dell'Aquila quando mi gridavano "vergogna"

I fatti dell'Aquila ne sono stata la prova.
Quando centinaia di persone hanno inveito contro la troupe che guidavo al grido di vergogna e scodinzolini, ho capito che quel rapporto di fiducia che ci ha sempre legato al nostro pubblico era davvero compromesso. È quello che accade quando si privilegia la comunicazione all'informazione, la propaganda alla verifica.

Dissentire non è tradire: punto 1

Ho fatto dell'onestà e della lealtà lo stile della mia vita e della mia professione. Dissentire non è tradire. Non rammento chi lo ha detto recentemente.
Pertanto:
1) respingo l'accusa di avere avuto un comportamento scorretto. Le critiche che ho espresso pubblicamente - ricordo che si tratta di un mio diritto oltre che di un dovere essendo una consigliera della FNSI - le avevo già mosse anche nelle riunioni di sommario e a te, personalmente. Con spirito di leale collaborazione, pensando che in un lavoro come il nostro la circolazione delle idee e la pluralità delle opinioni costituisca un arricchimento.

Non sputo nel piatto in cui mangio: punto 2

Per questo ho continuato a condurre in questi mesi. Ma è palese che non c'è più alcuno spazio per la dialettica democratica al TG1. Sono i tempi del pensiero unico. Chi non ci sta è fuori, prima o dopo.
2) Respingo l'accusa che mi è stata mossa di sputare nel piatto in cui mangio. Ricordo che la pietanza è quella di un semplice inviato, che chiede semplicemente che quel piatto contenga gli ingredienti giusti. Tutti e onesti.
E tengo a precisare di avere sempre rifiutato compensi fuori dalla Rai, lautamente offerti dalle grandi aziende per i volti chiamati a presentare le loro conventions, ritenendo che un giornalista del servizio pubblico non debba trarre profitto dal proprio ruolo.

L'intervista a Repubblica: punto 3

3) Respingo come offensive le affermazioni contenute nella tua lettera dopo l'intervista rilasciata a Repubblica, lettera nella quale hai sollecitato all'azienda un provvedimento disciplinare nei miei confronti: mi hai accusato di ‘danneggiare il giornale per cui lavoro’, con le mie dichiarazioni sui dati d'ascolto.
I dati resi pubblici hanno confermato quelle dichiarazioni.
Trovo inoltre paradossale la tua considerazione seguente: 'il tg1 darà conto delle posizioni delle minoranze ma non stravolgerà i fatti in ossequio a campagne ideologiche’. Posso dirti che l'unica campagna a cui mi dedico è quella dove trascorro i week end con la famiglia. Spero tu possa dire altrettanto.

Gli attacchi de Il Giornale, Libero e Panorama

Viceversa ho notato come non si sia levata una tua parola contro la violenta campagna diffamatoria che i quotidiani Il Giornale, Libero e il settimanale Panorama - anche utilizzando impropriamente corrispondenza aziendale a me diretta - hanno scatenato nei miei confronti in seguito alle mie critiche alla tua linea editoriale. Un attacco a orologeria: screditare subito chi dissente per indebolire la valenza delle sue affermazioni.
Sono stata definita 'tosa ciacolante - ragazza chiacchierona - cronista senza cronaca, editorialista senza editoriali' e via di questo passo.
Non è ciò che mi disse il Presidente Ciampi consegnandomi il Premio Saint Vincent di giornalismo, al Quirinale. A queste vigliaccate risponderà il mio legale. Ma sappi che non è certo per questo che lascio la conduzione delle 20.

Serve più rispetto per le notizie, il pubblico e la verità

Thomas Bernhard in Antichi Maestri scrive decine di volte una parola che amo molto: rispetto. Non di ammirazione viviamo, dice, ma è di rispetto che abbiamo bisogno.
Caro direttore, credo che occorra maggiore rispetto. Per le notizie, per il pubblico, per la verità. Quello che nutro per la storia del TG1, per la mia azienda, mi porta a questa decisione. Il rispetto per i telespettatori, nostri unici referenti. Dovremmo ricordarlo sempre. Anche tu ne avresti il dovere.

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lunedì 15 agosto 2011

15 agosto 2011

Ciao amici, primo giorno di allenamento con le ragazze giapponesi al Jiss. Dopo il periodo nel quale hanno lavorato sulla preparazione fisica oggi abbiamo iniziato il lavoro schermistico; gambe scherma e lezione, sia al mattino che al pomeriggio. Sono proprio felice di lavorare con queste ragazze, il clima è bellissimo c'è tanta voglia di lavorare, di apprendere c'è grande rispetto, grande educazione e grande gioia nel lavoro. Sono un uomo e un tecnico fortunato a lavorare per queste ragazze e per questa Federazione. Sto cercando di dare tutto me stesso per aiutare le ragazze a crescere, non so se raggiungerò mai traguardi importanti ma so che sono una persona felice per come sto lavorando e per come mi sento in mezzo a queste persone. Se solo potessi avere di più la mia famiglia con me, il quadro sarebbe perfetto...ma tutto non si può avere e quindi pago dazio da questo punto di vista. Ho rivisto con piacere Emura San con il quale lavoro, un vero gentlemen e Hiroko San la "grande" professoressa che con grande passione mi aiuta per tradurre il mio incerto "anglogiappo".
Oggi dopo 2 mesi e mezzo dopo l'operazione al crociato Michko è rientrata in gruppo...un'altra bella notizia.
Ciao a presto.

15 agosto 2011

Marco Travaglio
LA CONFESSIONE


E' previsto il consueto pellegrinaggio del ministro della Giustizia a Regina Coeli che come le altre carceri scoppia di detenuti (67mila su 44mila posti), con gran codazzo di politici coccodrilli che poi purtroppo usciranno. Ecco il discorso che Zitto Palma non pronuncerà.

“Eccomi qua a promettervi l’ennesimo piano del governo contro il sovraffollamento che, come tutti i precedenti, non funzionerà. Il perché è semplice: noi politici italiani siamo un branco di cialtroni incapaci. Avete presenti le promesse di decongestionare le carceri col “braccialetto elettronico”? E gli annunci di Alfano su “17 nuovi penitenziari con 21mila posti entro il 2012” e su “nuove carceri galleggianti in alto mare come in America”? La verità è che da vent’anni seguitiamo a ripetere che abbiamo troppi detenuti, mentre il guaio sono i troppi delinquenti e i troppi delitti, i troppi reati puniti col carcere, i posti cella troppo scarsi e le detenzioni troppo lunghe per certi reati e troppo brevi (se non inesistenti) per altri. Se un fiume ogni anno tracima, o si devia il corso a monte per ridurne la portata, o si alzano gli argini a valle per contenerlo tutto. Ecco: noi non interveniamo né a valle (sul numero dei posti cella) né a monte (sulle cause che producono tanti detenuti).

Sapete perché? Perché per farlo occorre una classe politica onesta. Per noi invece l’emergenza carceri è un affare: ogni 2-3 anni ci serve una scusa per salvare i nostri amici dalla galera con un’amnistia o un indulto (l’ultimo salvò il mio amico Previti). Io sono magistrato e lo so benissimo che non ha senso arrestare migliaia di persone oggi e scarcerarle domani per reati minori (furtarelli, liti coi vigili, ingiurie, risse, omissioni di soccorso, mancato pagamento del telepass) o addirittura non-reati (droga e clandestinità). Ogni anno entrano 90mila persone e ne escono altrettante, di cui 80mila “in attesa di giudizio” (primo, secondo o terzo): la metà esce nei primi 10 giorni. È il “carcere breve”, che non è solo inutile, è dannoso: ogni detenuto ci costa 115 euro al giorno. Ma noi abbiamo altro da fare: prescrizione breve e processo lungo.

Il 40% dei detenuti sono extracomunitari, perlopiù clandestini. La gran parte sono in carcere proprio perché clandestini: vengono fermati, ricevono il foglio di via, non vanno via e allora, se li ripeschiamo, li sbattiamo dentro per 2-3 giorni e così via all’infinito. Basterebbe espellerli e rimpatriarli, ma noi – furbi – tagliamo i fondi alla polizia che non ha di che pagargli il biglietto aereo di ritorno. Poi ci sono gli stranieri detenuti perché han commesso delitti: la Bossi-Fini consentirebbe di commutargli gli ultimi due anni di pena con l’espulsione, così potremmo espatriarne 6-7 mila. Invece noi – furbi – li teniamo dentro. Poi ci sono i detenuti definitivi che restano dentro molto più del dovuto grazie ai pacchetti sicurezza di quel genio di Maroni e alla Cirielli di cui io modestamente, fui relatore: niente pene alternative a chi è stato condannato tre volte. Indipendentemente dalla gravità dei reati: chi ha due stupri o due rapine può restarsene fuori, chi invece ha un furto di provolone, una guida senza patente e una vendita di cd taroccati deve restare dentro.

Senza queste follie, molti dei 30mila condannati che devono scontare 3 anni potrebbero farlo ai domiciliari o ai servizi sociali. Infine dovremmo smantellare la Fini-Giovanardi sulle droghe, che intasa le carceri con migliaia di tossici arrestati solo perché avevano dosi eccedenti quelle stabilite.

Ecco, dovremmo fare un bel mazzo di tutte le porcherie che abbiamo partorito dal ’94 a oggi e abolirle per decreto. Ma non possiamo perché dovremmo rinnegare vent’anni di finta politica della “sicurezza”, che in realtà è solo rassicurazione: faccia feroce sui reatucoli da strada per nascondere la tolleranza mille sui crimini dei colletti bianchi amici nostri. Cioè per mandare dentro chi dovrebbe stare fuori e lasciare fuori chi dovrebbe finire dentro: il mio principale ne sa qualcosa. Buone ferie, ci vediamo l’anno prossimo. Forse”.

Il Fatto Quotidiano, 14 agosto 2011

domenica 14 agosto 2011

14 agosto 2011

Ciao amici, un saluto da Tokyo. Sono rientrato questa mattina; le vacanze sono finite e da domani si riprende , obbiettivo??? Continuare a crescere..passando per Catania!!!!Ciao ci sentiamo nei prossimi giorni.

martedì 9 agosto 2011

9 agosto 2011

Ciao amici, gli ultimi giorni di vacanza scorrono troppo veloci...vorrei fermare un pò il tempo!!!Sale in me un pò di tristezza si avvicina il giorno della partenza; non mi dispiace tornare a Tokio, ho voglia di ritornare dalle ragazze e riprendere il lavoro, ma mi dispiace tremendamente staccarmi dalla mia famiglia, dalla mia casa, dalla mia terra.
Mandi