mercoledì 6 febbraio 2013

6 febbraio 2013

Non solo Epo, l’ex ciclista racconta il doping: “Coca e anfetamine per reggere” Graziano Gasparre, ex corridore professionista, decide di raccontare la sua storia dopo la paura per un tumore provocato - secondo i medici - dalle infiltrazioni. "E' un sistema perverso: controlli farsa, soffiate, dirigenti e ispettori compiacenti. E se smetti sei finito, perché ti rendi conto che gli altri usano lo stesso metodo" di Lorenzo Vendemiale 548 “Quando correvo non ho fatto solo uso di doping. Ho preso anche altra merda: tiravo cocaina per dimagrire, specie in inverno quando è facile mettere su qualche chilo di troppo; mi impasticcavo di anfetamine per fare super allenamenti di molte ore”. Quella dell’ex ciclista professionista Graziano Gasparre (leggi la scheda sulla sua carriera) è una confessione choc. La prima senza i filtri della televisione o degli avvocati. Perché dopo anni di droghe e di veleni il fisico presenta il conto. Tumore alla natica. Per i medici la causa potrebbe esser stata il doping. Intervento chirurgico ed esami di laboratorio. Gasparre è salvo, ma ha avuto paura. E ha deciso di parlare. Senza paracadute e in esclusiva a ilfattoquotidiano.it. Perché racconta tutto proprio ora? Per il bene del ciclismo, perché la mia testimonianza possa aiutare gli altri a non rovinarsi la vita per una stupida soddisfazione personale. A me è stato asportato un frammento nodulare di quasi 4 cm. L’operazione è perfettamente riuscita, ora sto bene e nei giorni scorsi ho ricevuto i risultati dell’esame istologico: il tumore era benigno. Per il chirurgo che ha eseguito l’intervento potrebbe essersi trattato di un effetto collaterale del doping di cui ha abusato per anni. Esatto: la formazione è cresciuta proprio nel punto in cui ho fatto tantissime iniezioni intramuscolari, il mio corpo non è riuscito ad assorbire quelle schifezze. Di che schifezze stiamo parlando? L’epo, ovviamente; ma anche Gh (l’ormone della crescita) e testosterone. Ma è quello che fanno un po’ tutti i corridori professionisti, né più né meno. Avevo un preparatore, da cui andavo un paio di volte al mese, e insieme alla tabella di allenamento mi somministrava anche i farmaci. Una preparazione mirata alle gare più importanti della stagione, nulla di eccezionale nel ciclismo. Si dice che i ciclisti inizino a drogarsi sin da giovanissimi. E’ vero? Da dilettante, quando andavo fortissimo, ero pulito: non posso dire che corressi a pane e acqua, perché tra vitamine e integratori c’è sempre una forte componente farmaceutica, ma niente doping. Ho cominciato quando ho lasciato la Mapei, con la squadra con cui ho corso la Milano-Sanremo e il Giro d’Italia (il nome non lo fa, ma si tratta della De Nardi-Colpack, in cui hanno militato alcuni pezzi da novanta del ciclismo – Honcar e Visconti su tutti – che negli anni successivi hanno avuto problemi con il doping, nda). In quei due anni ho fatto uso di sostanze illecite in maniera programmatica. Come fa un corridore a procurarsi le sostanze illecite? Fu un’idea che venne di comune accordo a me e alla squadra. Quando vedi sfrecciarti davanti corridori che hai sempre battuto, cominci a farti delle domande. Chiedevo ai miei manager se andassi piano e loro mi rispondevano di no, che avevo solo bisogno di un aiutino. Uno dei dirigenti della squadra mi propose: “Perché non proviamo a fare qualcosina?”. Fu lui a indicarmi il nome di un dottore da cui andare. Provammo e cominciai a volare. Da allora, finché ho corso per quella squadra, non ho più smesso. Quindi la dirigenza della squadra era a conoscenza del doping? Certo che sapevano! Ma la responsabilità è tutta dei corridori: il dottore era a carico mio, anche se erano stati loro ad indicarmelo, ero io a pagare profumatamente le sue prestazioni e le sostanze. E questo perché se poi ti pizzicano loro devono uscirne puliti: si scandalizzano, ti licenziano pure. Funziona così. Sono le società a organizzare ‘collettivamente’ le assunzioni di sostanze vietate? A parte i casi di doping di squadra, di solito ognuno se la vede da solo. Non so, per esempio, se come me anche i miei compagni di allora si dopassero. Ma dal preparatore che frequentavo ho incontrato spesso altri ciclisti. Il dottore ci fissava gli appuntamenti in maniera che noi ciclisti non ci incontrassimo. “Per rispettare la privacy” ci rassicurava. Ma nel corso di quei due tre anni avrò incontrato una decina di ciclisti: pezzi da novanta del ciclismo italiano, gente che ha vinto tappe al Giro d’Italia o prove di Coppa del Mondo, alcuni sono ancora in attività. Adesso non me la sento di dire chi sono: ci sarebbero delle ovvie conseguenze, anche legali, e in questo momento io devo pensare innanzitutto alla mia salute. Quando tutto sarà finito, farò anche i nomi. Due anni di doping ‘programmato’ e nessuna positività ai controlli. Come è possibile? C’è poco da sorprendersi. Il medico che mi seguiva era bravo, programmava i trattamenti in modo da non incappare in questo genere di problemi: assumevo il doping soprattutto in inverno, ed arrivavo in primavera pulito e al massimo della forma. E i controlli non sono poi così efficaci: quelli regolari vengono elusi in questa maniera, quelli a sorpresa spesso non sono davvero a sorpresa… Significa che i corridori vengono avvisati? Non è raro che arrivi la ‘soffiata’. Ricordo un episodio in particolare: nel 2006 avevo vinto una tappa di una corsa italiana importante e ricevetti una telefonata da un mio ex compagno di squadra, che mi disse che il giorno dopo ci sarebbero stati dei test a sorpresa. Era vero. Io quella volta stavo tranquillo, ero pulito. Ma se non lo fossi stato avrei potuto salvarmi. Cosa che sicuramente avranno fatto altri. La lotta al doping senza quartiere condotta dall’Uci è solo una messa in scena? Non so se il pesce puzzi dalla testa, o siano solo alcuni ispettori Uci ad essere conniventi. Di certo ci sono troppi interessi in ballo, che legano squadre, case farmaceutiche, dirigenti. Per fare un piccolo esempio, sono quasi certo che il manager che mi fece il nome del medico da cui mi dopavo, avesse una percentuale sulla sua parcella: più corridori gli portava, più soldi facevano. La verità è che il doping è un business, a molti fa comodo che resti in piedi. Ma c’è qualche mosca bianca o i ciclisti sono davvero tutti dopati? E’ difficile dirlo. Sicuramente c’è ancora chi crede in uno sport pulito: incontrare le persone giuste può fare la differenza. Penso a dirigenti seri, come Giorgio Squinzi, il patron della Mapei. O Ivano Fanini, che mi diede una chance dopo l’infortunio. Ivano una volta mi mise addirittura le mani addosso, quando sospettava che mi dopassi: ma ero pulito, glielo dimostrai e facemmo pace. Con Ivano siamo rimasti legatissimi, è una delle persone che più mi è stata vicina in questo periodo difficile. Ma purtroppo sono delle eccezioni. Anche alla Mapei, nonostante tutti i controlli del professor Sassi, ci sono stati dei casi di positività. Per questo credo che almeno il 90% dei corridori professionisti faccia uso di doping: si dopano i capitani per vincere e i gregari per aiutarli. Nessuno si salva da questo sistema. E non c’è nessuno che si ribella perché vinto dal rimorso? Io non ho mai avuto rimorsi. Quando vai forte ti senti bene, ti dimentichi di tutto. E’ come andare giù in discesa a 90 all’ora, l’adrenalina cancella la paura: quando finisci di correre e sei sotto la doccia magari ci pensi, ma il giorno dopo rifai tutto da capo. Anche perché non mi sentivo un dopato, non avevo sensi di colpa: mi comportavo come tutti gli altri, lo facevo solo per competere ad armi pari. Una volta che cominci e che vedi gli effetti, è difficile uscirne: temi di andare piano, di restare senza contratto. Chi non l’ha provato probabilmente non può capire. La squadra ti dà ‘solo’ un consiglio, nessuno ti obbliga a doparti, ma quando sei in gruppo ti rendi conto che o ti adegui al sistema o smetti di correre. Cos’altro imponeva il sistema? Quando correvo io non ho fatto uso solo di doping, ho preso anche altra merda, come cocaina e anfetamine. Nel ciclismo la droga è più diffusa di quanto si pensi: ho cominciato su consiglio di un compagno di allenamenti che pure lo faceva, poi è diventato un vizio che mi ha accompagnato negli anni. E non solo per il gusto dello ‘sballo’, ma sempre a fini professionali: tiravo per dimagrire, specie in inverno quando è facile mettere su qualche chilo di troppo; mi impasticcavo per fare super allenamenti di molte ore. Chi si dopa è in qualche maniera ‘predisposto’ a fare uso di stupefacenti. E pure questa diventa una dipendenza: il vizio della cocaina mi ha accompagnato negli anni, anche dopo il 2005. Poi sono riuscito a smettere, di botto, perché stavo perdendo la mia famiglia, mia moglie e mio figlio, quel che ho di più caro al mondo. E adesso c’è stato il tumore. Ora come vive un ex dopato? Ho accettato di piegarmi al sistema e di drogarmi per una stupida soddisfazione personale. Un errore che mi stava distruggendo la vita. E’ una cosa che non può succedere. Per questo oggi parlo. E spero che qualcuno mi ascolti.

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