mercoledì 31 luglio 2013

31 luglio 2013

....FINGENDO DI NON VEDERE E TACENDO ANZICHE' PARLARE........questa frase rispecchia la cultura italiana e il modo di  comportarsi di " molti " italiani !!!!!!

Processo Mediaset, tartuffe a Corte

Di Marco Travaglio


Nel Paese di Tartuffe, che con buona pace di Molière non è la Francia ma l’Italia, si attende con ansia spasmodica la sentenza della Cassazione sul caso Mediaset per sapere finalmente se B. è un delinquente matricolato o un innocente perseguitato per fini politici.
Pare infatti, ma si tratta soltanto di voci di corridoio, che parte del Pd avrebbe qualche difficoltà a convivere ancora al governo con il partito guidato, anzi posseduto da un condannato per frode fiscale. E, per capire se B. sia un giglio di campo o un criminale incallito, attendono la sentenza Mediaset in Cassazione. Tutte le precedenti è come se non fossero mai state pronunciate, solo perché non erano condanne definitive. Poco importa se lo dichiaravano responsabile di reati gravissimi, come la falsa testimonianza sulla P2 (amnistiata), le tangenti a Craxi (cadute in prescrizione), svariati falsi in bilancio (reato depenalizzato da lui), la corruzione giudiziaria (prescritta sia per lo scippo della Mondadori a De Benedetti sia per le mazzette a Mills). Per non parlare delle sentenze sulle tangenti alla Guardia di Finanza (i suoi manager pagavano i militari con soldi suoi perché non mettessero il becco nei libri contabili delle sue aziende, ma a sua insaputa). E su Dell’Utri e sui mafiosi stragisti, che dipingono B. come un vecchio amico dei boss. 
Bastava leggere uno dei tanti verdetti che in questi vent’anni l’hanno riguardato per farsi un’idea del personaggio: conoscerlo per evitarlo.
Invece, dopo vent’anni di malavita al potere, siamo qui appesi a una sentenza di Cassazione sul reato forse meno grave –  al confronto degli alt i– commesso dal Caimano: la frode fiscale. Più che un delitto, un’abitudine. Una specialità della casa. In fondo andò così anche per Al Capone: era il capo della mafia americana, ma riuscirono a incastrarlo solo per evasione fiscale. Solo che in America l’evasione è galera sicura, dunque non occorse altro per togliere il boss dalla circolazione. Da noi un evasore che tentasse di entrare in galera verrebbe respinto dalle leggi, che sono inflessibili. Per finire in carcere, sottrarre milioni all’erario non basta: bisogna rubare almeno un limone.
Eccoli dunque lì, i politici di destra, centro e sinistra, che con Al Tappone han fatto affari, inciuci, libri, comparsate tv, bicamerali, riforme bipartisan, alleanze più o meno mascherate, e i giornalisti e gl’intellettuali al seguito, tutti tremanti sotto la Cassazione. Paradossalmente, il meno preoccupato è proprio lui: B. lo sa chi è B. e non ne ha mai fatto mistero. E ha costruito un sistema politico-mediatico perfetto: se lo assolvono, sarà la prova che era un innocente perseguitato; se lo condannano, sarà la prova che è un innocente perseguitato. A tremare sono tutti gli altri: gli ipocriti che lo circondano da vent’anni, fingendo di non vedere e tacendo anziché parlare. Infatti del merito del processo Mediaset, delle prove schiaccianti sul ruolo centrale di B. nella costruzione di una macchina perfetta di decine di società offshore per frodare il fisco e portare fondi neri all’estero da usare per corrompere politici, giudici, forze dell’ordine e funzionari pubblici, non parla nessuno.
È il trionfo di Tartuffe: tutti aspettano che i giudici della Cassazione dicano ciò che tutti sanno benissimo, anche se nessuno osa dire nulla. Oppure delirano, come Letta e Boldrini, che escludono conseguenze sul governo in caso di condanna: come se il pericolo fosse che B. molli il Pd, e non che il Pd resti avvinghiato a un evasore pregiudicato. Viene in mente la storiella raccontata da Montanelliper sbertucciare un’altra ipocrisia italiota, quella dell’intellighenzia “de sinistra” che negli anni 70 negava il terrorismo rosso: “Un gentiluomo austriaco, roso dal sospetto che la moglie lo tradisse, la seguì di nascosto in albergo, la vide dal buco della serratura spogliarsi e coricarsi insieme a un giovanotto. Ma, rimasto al buio perché i due a questo punto spensero la luce, gemette a bassa voce: ‘Non riuscirò dunque mai a liberarmi da questa tormentosa incertezza?’”.
Il Fatto Quotidiano, 30 luglio 2013

sabato 27 luglio 2013

27 luglio 2013

Ciao amici, un saluto da Budapest , proseguono gli allenamenti allo stage internazionale pre mondiale. Questa mattina lezione ed assalti con le ragazze ungheresi, ukraine koreane; pomeriggio seduta di preparazione fisica e bagni nelle vasche di acqua fredda e calda. Il lavoro prosegue bene, le giovani schermitrici giapponese sono felici e sfruttano al meglio ogni assalto , ogni istante dell'allenamento per imparare e per cercare di sfruttare al massimo questa loro meravigliosa esperienza.
Ciao

27 luglio 2013

Evasione fiscale, Letta dura senza paura.

Di Marco Travaglio

Il Fatto Quotidiano


Brrr che paura: Enrico Letta minaccia lotta dura senza paura, “con forza e determinazione”, contro l’evasione fiscale: “Gli italiani che hanno portato i soldi fuori dall’Italia devono sapere che non è più come 5 o 10 anni fa: conviene anche a loro riportare i soldi in Italia e pagare il dovuto”. E questo perché “il clima è cambiato” e “non ci sono più le coperture di qualche anno fa”. Quindi gli evasori verranno inseguiti e catturati ovunque siano, “nei paradisi fiscali o in Svizzera”.
Non è meraviglioso? Il clima è talmente cambiato che B., dopo aver perso le elezioni, è di nuovo al governo. Pare incredibile, ma ha lo stesso nome e lo stesso cognome di quello che nel 2001, nel 2003 e nel 2009 varò tre scudi fiscali per consentire a chi aveva portato i soldi fuori di rimpatriarli clandestinamente, anonimamente, impunemente e pressoché gratuitamente (il terzo scudo passò anche grazie alle assenze di 59 deputati Pd). 
Anche il presidente della Repubblica è cambiato, anche se per un’altra curiosa combinazione si chiama esattamente come quello che promulgò il terzo scudo e, quando un cittadino lo fermò per la strada e gli domandò il perché di quella firma vergognosa, lo redarguì severamente.
C’è poi un’ultima, prodigiosa coincidenza: un certo S. B. fra quattro giorni comparirà al processoMediaset in Cassazione dopo la condanna in primo e secondo grado a 4 anni per frode fiscale. I giudici d’appello hanno sottolineato il suo indefesso impegno antievasione: “Con una strategia originata in anni in cui Silvio Berlusconi era incontestabilmente il gestore diretto di tutte le attività, il gruppo Fininvest, e più precisamente il suo fondatore e dominus, con l’aiuto dell’avvocato Mills ha costituito una galassia di società estere, alcune delle quali occulte, che occulte dovevano restare, tanto da corrompere la Guardia di Finanza che rischiava di scoprirle. Anche perché parte di tali fondi era utilizzata per scopi illeciti: dal finanziamento occulto di uomini politici alla corruzione di inquirenti, dalla corresponsione di somme a testi reticenti alla elusione della normativa italiana (specie della legge Mammì che dettava limiti al possesso di reti tv)”.
In quel sistema, “interponendo fra le major statunitensi e il gruppo Fininvest-Mediaset una serie di società estere che operavano adeguati ricarichi nella compravendita dei diritti” tv, furono “creati costi fittizi destinati a diminuire gli utili del gruppo e quindi le imposte da versare all’erario”. E dire che quei diritti “Mediaset avrebbe potuto averli al costo a cui le majors li vendevano”: invece B. mise in mezzo una miriade di intermediari “vicini, anche personalmente, al proprietario della società, Berlusconi”.
Risultato: i diritti tv “pervenivano a Mediaset con un differenziale di prezzo altissimo e del tutto ingiustificato, in una operatività proseguita per anni, sempre a opera degli stessi uomini che sempre avevano mantenuto la fiducia del proprietario”. Niente attenuanti generiche per B., colpevole di “un sistema di società e conti esteri portato avanti per molti anni, proseguito nonostante i ruoli pubblici assunti, e condotto in posizione di assoluto vertice”. La condanna riguarda 7,3 milioni di euro, ma solo perché il grosso delle accuse s’è prescritto grazie a leggi fatte dallo stesso imputato (falso in bilancio e Cirielli): il totale delle “maggiorazioni di costo” è di “368 milioni di dollari”.
Quando il Letta nipote ha ammonito “gli italiani che han portato i soldi fuori dall’Italia”, a B. devono essere fischiate le orecchie. Qualcuno ha addirittura temuto un duro attacco del premier al principale di suo zio. Ma è stato un attimo: poi Fassina ha spiegato che “esiste un’evasione di sopravvivenza”, dettata da “ragioni profonde e strutturali che spingono molti soggetti a comportamenti di cui farebbero volentieri a meno”.
Ecco, risolto il problema: B. evadeva per sopravvivere. E Fassina spara cazzate per lo stesso motivo. Che s’ha da fa’, pe’ campa’.
Il Fatto Quotidiano, 26 luglio 2013

venerdì 26 luglio 2013

27 luglio 2013

Innocenti evasioni e riforme costituzionali colpevoli

Di Peter Gomez

Da Il Fatto Quotidiano


In attesa che qualcuno nel Pd finalmente rivaluti anche l’ex ministro Pietro Lunardi e il suo “bisogna convivere con la mafia”, va registrato con piacere come il clima di concordia e d’unità d’intenti, auspicato dall’Eterno Presidente Giorgio Napolitano, stia facendo breccia tra molti nostri esponenti politici. Il vice-ministro all’Economia Stefano Fassina, noto alle cronache per aver sostenuto fino a 6 giorni prima della nascita dell’esecutivo Letta che mai il suo partito avrebbe “governato con Berlusconi”, e poi andato al governo con Berlusconi, ne è forse la dimostrazione migliore.
Dopo appena tre mesi trascorsi a Palazzo Chigi, Fassina ha cambiato opinione pure sulle tasse: “L’evasione di sopravvivenza esiste” spiega adesso il neo-alleato del Cavaliere. E, anche se assicura “di non voler strizzare l’occhio a nessuno”, viene amorevolmente festeggiato dall’amico Renato Brunetta.“Benvenuto nel Pdl”, gli dice l’ex ministro della Pubblica Amministrazione forse fiducioso nel fatto che presto Fassina arriverà come lui a definire “l’Italia peggiore” le organizzazioni dei lavoratori precari. Del resto solo gli stupidi e i paracarri non cambiano mai posizione e Fassina di certo non è un paracarro.
Tutto, insomma, nel Paese comincia ad andare per il verso giusto. E andrà ancora meglio non appena le Camere avranno riscritto la Costituzione. Visto l’alto profilo etico e morale dei nominati in Parlamento e la chiarezza e trasparenza con cui, prima delle elezioni politiche, avevano annunciato agli elettori che avrebbero riformato a fondo la Carta, i nostri hanno deciso di liberarsi dagli odiosi e antiquati orpelli istituzionali che rendevano complicata la modifica della legge fondamentale dello Stato.
I padri costituenti, dopo la guerra e il fascismo, avevano pensato che fosse un rischio immaginare una Costituzione in balia delle maggioranze. Per questo avevano deciso che cambiarla fosse particolarmente difficile: così, se pure le Camere si fossero ritrovate popolate da incompetenti, venduti e carrieristi, ogni mutamento sarebbe avvenuto solo dopo un lungo e ponderato dibattito nel Paese.
Fortunatamente oggi le nostre classi politiche sono fatte di tutt’altra pasta. I partiti non sono più semplici centri di potere, perseguono solo ed esclusivamente il bene comune, a Montecitorio e Palazzo Madama i rappresentati dei cittadini, eletti sulla base di norme estremamente democratiche, sono da tutti stimati per la loro correttezza, competenza e compostezza.
Per questo prima della pausa estiva, dopo il Senato, anche la Camera approverà il cambiamento dell’ormai anacronistico articolo 138 della Carta che imponeva di approvare in doppia lettura, con voto a a distanza di tre mesi l’una dall’altro, ogni eventuale modifica costituzionale.
Quando, in autunno, l’iter della riforma del 138 sarà completata potremo finalmente far riscrivere la legge fondamentale da una snella commissione di 42 nominati in parlamento che si baserà sul lavoro di 35 esperti scelti dal governo. Poi il risultato verrà sottoposto in blocco ai loro autorevoli colleghi (con voti distanziati di soli 45 giorni) e quindi votato in un referendum.
Il bisogno di fare in fretta è evidente a ogni italiano. Per questo, certamente a malincuore, il Parlamento si è trovato costretto a rinunciare per ora all’esame del disegno legge governativo sullariduzione del finanziamento pubblico ai partiti e a altre quisquilie, come la abolizione, o riforma, della prescrizione nei processi penali richiesta dall’Unione Europea. E la nuova legge elettorale.
Fortunatamente il laborioso impegno di Montecitorio non inficia l’altrettanto alacre lavoro dell’ufficio di presidenza della Camera, che proprio mentre Fassina parlava è riuscito a trovare il tempo per spartire tra i vari gruppi 58 milioni di contributi relativi al 2013.
Certo, in Parlamento c’è sempre chi fa ostruzionismo, rifiuta i finanziamenti e tenta di impedire che il nostro Paese si incammini verso il suo radioso futuro di sviluppo e riforme. Nelle aule della Corte di Cassazione c’è poi persino chi crede di poter giudicare se davvero il leader della maggioranza, Silvio Berlusconi, sia colpevole di frode fiscale come stabilito in primo e secondo grado.
Come è noto, secondo alcuni osservatori, il 30 luglio un’eventuale sentenza di condannapotrebbe mettere in forse l’esistenza del governo e quindi della nuova Repubblica italiana fondata sulla nuova Costituzione.
Ma è il caso di stare tranquilli. Ha detto bene Fassina: in Italia c’è chi “evade per sopravvivenza”. E se il Cavaliere è colpevole è di sicuro uno di questi. Basterà dare un’occhiata al suo fascicolo, al Colle e ai lavori in Parlamento perché  i giudici capiscano quale deve essere il verdetto: assoluzione per stato di necessità.

giovedì 25 luglio 2013

26 luglio 2013

Ciao amici , un saluto da Budapest. Siamo arrivati nella capitale ungherese il 24 nel tardo pomeriggio, ieri  abbiamo svolto una doppia leggera seduta di allenamento, per adattare le ragazze al fuso orario. Sia al mattino che al pomeriggio dopo un riscaldamento generale abbiamo lavorato su un po' di tempi con le gambe scherma e poi lezione; al termine di ogni seduta siamo saliti sulla bella terrazza del centro sportivo che ci ospita e le ragazze si sono immerse nelle due vasche che abbiamo approntato di acqua fredda e acqua calda. Le vasche sono belle grandi e permettono alle ragazze un buon recupero e un buon rilassamento al termine di ogni allenamento.
Ciao

venerdì 19 luglio 2013

19 luglio 2013

Ciao amici, con l'allenamento di questo pomeriggio abbiamo terminato il programma di questa settimana, week end libero per le ragazze; ci vedremo lunedi per una doppia lezione per le 5 ragazze che mercoledì partiranno per i mondiali di Budapest. Al mattino dopo la lezione andremo a fare del lavoro in acqua, mentre nel pomeriggio ci sarà la seconda lezione. E' stata una bella settimana di lavoro, l'aggiornamento e l'apprendimento è stato sempre l'obbiettivo da inseguire, nonostante il mondiale alle porte, la tipologia del nostro lavoro non può cambiare. tantissima tecnica individuale, assalti  tra le ragazze e un paio di giorni mixati anche con i migliori under 20 maschi, per dare alle ragazze piu' rapidità nella gestualità e nelle reazioni. Anche mercoledì pomeriggio e tutto il giovedi , quando abbiamo lavorato sulla gara a squadre, alternavo un match contro la squadra maschile ad un match con una femminile; il lavoro mi è sembrato buono ed ho notato benefici nella performance delle ragazze.
Vorrei parlarvi di quello che sto provando da molti giorni; più si avvicina il momento del distacco da Tokyo, più le emozioni esplodono dentro di me. Sono stati tre anni straordinari, un'esperienza meravigliosa che non potrò mai dimenticare. Un popolo che ha saputo conquistarmi con la sua estrema educazione, eleganza nei modi e nei pensieri, con la sua complessità e con i suoi controsensi. Un popolo, una città ed una nazione estremamente civile , dove la qualità della vita è meravigliosa. Tre anni nei quali ho costruito un rapporto intenso con le ragazze, da loro ho ricevuto tutto, passione, professionalità, disponibilità al sacrificio, rispetto ed educazione, tanta, tanta educazione. Mi hanno permesso di fare un'esperienza di vita e professionale meravigliosa, spero di aver ripagato tutto ciò. Ho dato tutto me stesso a loro,e alla Federazione.
La decisione di interrompere il rapporto di lavoro è stata mia, difficile, complicata, dolorosa dal punto di vista umano e tecnico ma è stata una decisione che mi porterà a vivere un'altra esperienza,sicuramente profondamente diversa, ma sono sicuro, altrettanto intrigante ed affascinante.
Domani inizia il mio ultimo week end a Tokyo.......
Ciao

19 luglio 2013


Parla Zagrebelsky: “F35, giustizia e Kazakistan, è l’umiliazione dello Stato”

Intervista al presidente emerito della Corte costituzionale, secondo cui nel nostro Paese "grave un 'non detto' che spiegherebbe molte cose": "Si fa finta di vivere nella normalità della vita democratica, ma non è così. Su tutto domina la difesa dello status quo, in questa maniera la democrazia muore"


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Professore, negli ultimi tempi abbiamo assistito a numerosi episodi di natura politica e costituzionale che hanno suscitato discussioni e polemiche. Lei che ne pensa?
Prima che dagli episodi, iniziamo da un dubbio, da un interrogativo di portata generale, di cui vorremmo non si dovesse parlare. E, invece, dobbiamo.

Cosa intende?
Una cosa angosciante. Si tratta solo di singoli episodi, oppure di manifestazioni di qualcosa di più profondo, che non riusciamo a vedere e definire con chiarezza, ma avvertiamo come incombente e minaccioso? Qualcosa in cui quelli che altrimenti sarebbero appunto solo episodi isolati, assumono un significato comune. Li dobbiamo trattare isolatamente o come sintomi d’un generale e pericoloso malessere?

Dica lei.
Guardi: può darsi ch’io pecchi in pessimismo. Mi sembra che sulla vita politica, nel nostro Paese, in questo momento, gravi un “non detto” che spiegherebbe molte cose. Si fa finta di vivere nella normalità della vita democratica, ma non è così. È come se una rete invisibile avvolgesse le istituzioni politiche fossilizzandole; imponesse agli attori politici azioni e omissioni altrimenti assurdi e inspiegabili; mirasse a impedire che qualunque cosa nuova avvenga. Questa è stasi, situazione pericolosa. Se qualche episodio, anche grave o gravissimo, sfugge alla rete, l’imperativo è sopire, normalizzare. Ciò che accade sulla scena politica sembra una messinscena. Ci si agita per nulla concludere. Ma la democrazia, così, muore. Lo spettacolo cui assistiamo sembra un gioco delle parti, oltretutto di livello infimo. Il numero degli appassionati sta diminuendo velocemente. L’umore è sempre più cupo. Bastava guardare i volti e udire il tono di alcuni che hanno preso la parola nel dibattito sulla vicenda della “rendition” kazaka. Sembravano tanti “cavalieri dalla trista figura”. Non si respirava il “fresco profumo della libertà”, di cui ha scritto ieri Barbara Spinelli. Né v’era traccia di quella “felicità” che è l’humus della democrazia, di cui abbiamo ragionato Ezio Mauro e io, in contrasto con l’atmosfera stagnante dei regimi del sospetto, dell’intrigo, della libertà negata.

Si riferisce alla maggioranza modello “larghe intese”?
Innanzitutto: è una maggioranza contro natura; contraria alle promesse elettorali e quindi democraticamente illegittima, anche se legale; che pretende di fare cose per le quali non ha ricevuto alcun mandato. Ricorderà che è stata formata pensando a poche e chiare misure da prendere insieme: governo “di scopo” (come se possa esistere un governo senza scopi!), “di servizio” (come se ci possa essere un governo per i fatti suoi!) e, poi, “di necessità”. Ora, sembra un governo marmorizzato il cui scopo necessario sia durare, irretito in un gioco più grande di lui. La riforma elettorale, bando alle ciance, non si fa, perché in fondo, oltre che essere nell’interesse di molti, nel frattempo, con l’attuale, non si può tornare a votare. Perfino l’abnorme procedimento di revisione della Costituzione è stato pensato a questo scopo, come si ammette anche da diversi “saggi” che pur si sono lasciati coinvolgere. E, in attesa che la si cambi, la si viola.

Così arriviamo agli episodi. Il caso F-35?
Incominciamo da qui. Il Parlamento è stato esautorato quando il Consiglio supremo di difesa ha scritto che i “provvedimenti tecnici e le decisioni operative, per loro natura, rientrano tra le responsabilità costituzionali dell’esecutivo”, sottintendendo: “responsabilità esclusive”. Chissà chi sono i consulenti giuridici che hanno avallato queste affermazioni, che svuotano i compiti del Parlamento in materia di sicurezza e politica estera? Un regresso di due secoli, a quando tali questioni erano prerogativa regia. Del resto, lei sa che cosa è questo Consiglio? Qualcuno si è ricordato che la sua natura è stata definita nel 1988 da una relazione della Commissione presieduta da un grande giurista, Livio Paladin, istituita dal presidente Cossiga per fare chiarezza su un organo ambiguo (ministri, generali, presidente della Repubblica)? Fu chiarito allora che si tratta di un organo di consulenza e informazione del presidente, senza poteri di direttiva. D’altra parte, chi stabilisce se certi provvedimenti e certe decisioni sono solo tecniche e operative, e non hanno carattere politico? I sistemi d’arma, l’uso di certi mezzi o di altri non sono questioni politiche? Chi decide? Il Parlamento, in un regime parlamentare. Forse che si sia entrati in un altro regime?

L’affaire kazako è una “brutta figura internazionale” o una violazione dei diritti umani?
Una cosa e l’altra. Ma non solo: è l’umiliazione dello Stato. Ammettiamo che nessun ministro ne sapesse qualcosa. Sarebbe per questo meno grave? Lo sarebbe perfino di più. Vorrebbe dire che le istituzioni non controllano quello che accade nel retrobottega e che il nostro Paese è terreno di scorribande di apparati dello Stato collusi con altri apparati, come già avvenuto nel caso simile di Abu Omar, rapito dai “servizi” americani con la collaborazione di quelli italiani e trasportato in Egitto: un caso in cui s’è fatta valere pesantemente la “ragion di Stato”. Non basta, in questi casi, la responsabilità dei funzionari. L’art. 95 della Carta dice che i ministri, ciascuno personalmente, portano la responsabilità degli atti dei loro dicasteri. Se, sotto di loro, si formano gruppi che agiscono in segreto, per conto loro o in combutta con poteri estranei o stranieri, il ministro non risponderà penalmente di quello che gli passa sotto il naso senza che se ne accorga. Ma politicamente ne è pienamente responsabile. Troppo comodo il “non sapevo”. Chi ci governa, per prima cosa, “deve sapere”. Se no, dove va a finire la nostra sovranità? Chi, dovendola difendere, in questa circostanza, non l’ha difesa?

Che dire del blocco del Parlamento decretato per protesta contro l’Autorità giudiziaria?
Che, anche questa, come la manifestazione di decine di parlamentari scalpitanti dentro e fuori il Tribunale di Milano, è una vicenda inconcepibile. Altrettanto inconcepibile è che l’una e l’altra non siano state oggetto di puntuale e precisa condanna. Anche qui: ammettiamo per carità di Patria che l’una sia stata una normale sospensione tecnica e l’altra una visita guidata a un palazzo pubblico. Non basta, però, averli “derubricati”, per poter dire che non è successo nulla. La questione è che non s’è detto autorevolmente che l’intento e i mezzi immaginati sono, sempre e comunque, inammissibili perché contro lo Stato di diritto.

C’è una logica che spiega i singoli episodi?
Potrei sbagliare, ma a me pare che su tutto domini la difesa dello status quo e del governo che lo garantisce. In stato di necessità, si passa sopra a tutto il resto. L’impressione, poi, è che in quella rete invisibile di connivenze, di cui parlavo all’inizio, si finisca per attribuire a un partito e al suo leader un plusvalore che non corrisponde al loro consenso elettorale e alla rappresentanza in Parlamento. Come se toccarne gli interessi possa determinare una catastrofe generale. Sembra che tutti siano utili, ma qualcuno sia necessario e, per questo, si debbano tollerare da lui cose che, altrimenti, sarebbero intollerabili.

Così si è corrivi nei confronti di una parte politica, anche se c’è di mezzo la Costituzione. A chi spetta difenderla?
In democrazia, a tutti i cittadini, che nella Costituzione si riconoscono. Poi, a chi occupa posti nelle istituzioni, subordinatamente a un giuramento di fedeltà. Infine, salendo più su, a colui che ricopre il ruolo comprensivamente detto di “garante della Costituzione”, il presidente della Repubblica.

Twitter: @SilviaTruzzi1

Da Il Fatto Quotidiano del 18 luglio 2013