Ciao amici, domani partiamo per le due gare di coppa del mondo in Asia.La prima si svolgerà a Shanghai la seconda a Seoul e ci vedrà impegnati anche nella gara a squadra.Un buon banco di prova ,queste tre gare, per fare il punto della situazione dopo un mese di lavoro;purtroppo non siamo riusciti a dare sempre continuità all'allenamento(scuola,università, lavoro...), ma questo oramai è risaputo e dovrò sempre convivere con questo tipo di problematica.Per ora nella federazione giapponese solo il fioretto maschile è composto da dei "semi professionisti" della scherma, le altre armi si danno da fare equilibrandosi tra la grande voglia e passione e i problemi della vita quotidiana.Spero di riuscire ad intravedere qualche piccolo miglioramento, sopratutto dal punto di vista dell'atteggiamento mentale durante gli assalti.In questo periodo,oltre al lavoro tecnico, ho dedicato molto tempo alle ragazze per cercare di trasmettere loro la convinzione che si " può fare"...che nessun match è perso in partenza.dobbiamo crescere nella mentalità...piano piano vorrei cancellare quel concetto di sottomissione che in maniera più o meno velata scorre in queste ragazze!!!
Ciao amici
giovedì 29 aprile 2010
martedì 27 aprile 2010
28 aprile 2010
Vi ricordate il problema Tibet prima delle olimpiade......quanta gente ne ha parlato....ora le Olimpiadi sono finite....
GYEGU - Il terremoto che il 14 aprile ha sconvolto la contea di Yushu, nella regione tibetana del Qinghai, rischia di trasformarsi in un sisma politico per l'intera Cina. Migliaia di monaci buddisti, accorsi da tutte le zone del Tibet storico per aiutare la popolazione, sono stati cacciati dai funzionari del partito comunista. Cinque posti di blocco, lungo la strada di 820 chilometri che collega lo Yushu al capoluogo, impediscono a giornalisti e religiosi di raggiungere l'epicentro delle scosse, pressoché isolato. Il presidente della conferenza consultiva del popolo, Jia Qinglin, ha dichiarato che "forze ostili d'oltremare tentano di sabotare gli sforzi di soccorso". Decine di villaggi e di quartieri cittadini, dopo due settimane, non sono ancora stati raggiunti dai soccorritori. Lo scrittore Tra Gyal, intellettuale di riferimento tra i tibetani del Qinghai, è stato arrestato a Xining dopo aver scritto una lettera aperta in cui denunciava le falsificazioni delle autorità.
Le stime delle vittime non concordano. Per giorni si è parlato di poche centinaia di cadaveri. Secondo il governo di Pechino il terremoto ha infine causato 2223 morti, 90 scomparsi, 12 mila feriti e circa 100 mila senzatetto. Il conteggio dei monaci, confermato dalle Ong internazionali presenti sul posto, alza il numero dei morti identificati a oltre seimila. I sopravvissuti affermano che la cifra reale oscilla tra i 15 i 20 mila morti. Dopo giorni di funerali e di silenzio, centinaia di monaci hanno protestato contro la falsità dei dati ufficiali. Gyegu, la città santa dei tibetani, è rasa al suolo. Dei 238 monasteri buddisti della regione, incuneata tra il Sichuan e l'attuale Tibet, 87 sono crollati e il 60% degli altri è pericolante. Il Sengze Gyanak Mani, la montagna di pietre sacre buddiste più grande del mondo, è distrutta. Oltre due miliardi di sassi incisi con i mantra, sono franati travolgendo gli otto stupa e le ruote di preghiera alte dieci metri. Migliaia di statue antiche delle divinità tibetane, di preziosi testi sutra e di thangka, dipinti e ricamati su seta, sono andati perduti. Profonde crepe lacerano il mitico tempio della principessa Wencheng, protetto da una grotta, e la moschea di Jyekundo, il nome tibetano di Gyegu. Tra i 23 mila monaci dell'ordine gelugpa, il governo locale conta 84 vittime. I lama sostengono di aver perduto oltre mille confratelli.
Tra capoluogo e provincia sono crollate il 70% delle 192 scuole, impraticabili le altre. Secondo le cifre ufficiali, gli studenti morti nella regione sarebbero 207. Monaci e attivisti per i diritti umani sono in possesso di elenchi che certificano 769 studenti morti solo nei 67 istituti e collegi di Gyegu. Centinaia gli studenti dispersi. I vertici del partito comunista della contea, dopo le prime ore, avrebbero cambiato i dati nel timore di un altro scandalo. Due anni fa, nel confinante Sichuan, oltre 6 mila alunni sono morti nel terremoto che ha causato il crollo di centinaia di scuole costruite male per fretta, corruzione e incuria. A Gyegu e nelle altre cinque città della contea appaiono cancellati anche i nuovi quartieri costruiti dal governo per concentrare forzatamente i pastori nomadi dispersi sull'altopiano.
Migliaia di superstiti, stremati dalla fame e dal gelo, continuano a scavare tra le macerie con le mani, o con vecchi badili. Recuperano soprattutto travi in legno, preziose per l'assenza di alberi. La contea di Yushu si trova ad una quota media di 4400 metri. Di giorno la temperatura raggiunge ora i dieci gradi, di notte scende a dieci sotto zero. Negli ultimi giorni ha nevicato più volte, un vento gelido e violento solleva tempeste di sabbia. Elettricità e acqua corrente restano interrotte. Squarci di sole trasformano le piste in un pantano. Per raggiungere Gyegu da Xining, occorrono 18 ore di camion. Si viaggia in un deserto di pietre oltre i 4 mila metri e nei passi si tocca quota 5100 metri. Alcuni ponti, impraticabili, costringono a deviazioni sulla schiena delle montagne. Lo scenario è impressionante. In poche ore si passano le sorgenti del Fiume Giallo, del Megong e dello Yangtze, i tre grandi fiumi dell'Asia, tra duemila vette oltre i 5 mila metri.
Tra i "Laghi delle Stelle" ghiacciati, nella prefettura di Maduo, si incontrano solo branchi di yak, antilopi, mufloni e lupi. L'unica strada è invasa dalle colonne dei soccorsi, in gran parte bloccati nel fango indurito. Sul fondo di un precipizio giace un tir rovesciato, con il motore ancora acceso. Nelle tendopoli e per le strade sconvolte di Gyegu, i funzionari di partito e gli agenti di polizia appaiono invece più presenti dei 12 mila militari inviati da Pechino per rimuovere i detriti. La maggioranza, cani compresi, è colpita dal mal di montagna. Nell'aria la concentrazione di ossigeno è la metà di quella presente al livello del mare. Il pericolo di epidemie, tra cui la peste polmonare trasmessa dalle marmotte, è procrastinato dal freddo. Tale rischio, oltre alla difficoltà linguistica tra tibetani e cinesi di etnia han, al fatto che solo una piccola parte della popolazione è censita, è uno dei motivi all'origine della discrepanza nel conteggio delle vittime. Nei primi due giorni dopo il terremoto, quando i soccorsi inviati da Pechino non erano ancora arrivati e 700 scosse di assestamento hanno perfezionato la distruzione, migliaia di cadaveri sono stati cremati, offerti agli avvoltoi, o affidati alla corrente rossa del fiume Yangtze, secondo la tradizione. Sulla sommità della collina di Zhaxi Datong, che franando ha travolto centinaia di case in fango, legno e sassi, due trincee parallele lunghe cento metri sono state scavate dalla gente per bruciare i cadaveri. La cenere è ancora calda e i pali di ferro, disposti a formare una griglia, sono piegati dal peso e dal fuoco. Secondo il governo, in questo rogo comune sono stati bruciati 1400 corpi. Il buddha vivente Lodroe Nyma Rinpoche, guida spirituale del monastero Thrangu, sostiene invece di aver cremato qui 2110 cadaveri solo venerdì 16 aprile.
Le pire più grandi sono state organizzate poi tra sabato e domenica. In decine di villaggi i sopravvissuti continuano però a bruciare salme in modo autonomo, senza aspettare i funzionari.
Davanti alle case crollate, o vicino ai monasteri, volano vie colonne di fumo nero. La cremazione di massa, per i tibetani, è uno shock. Il "funerale di fuoco", al posto di quelli "dell'aria", o "dell'acqua", è un evento estremo. La popolazione si è rassegnata solo perché nel cielo e nei fiumi dello Yushu non c'erano abbastanza avvoltoi, né pesci, per portare tutti i cadaveri nella prossima vita. La tensione sale e l'incubo di Pechino è il surriscaldamento politico dell'intera regione tibetana. Improvvisamente le immagini dei monaci buddisti impegnati a scavare tra le macerie, sono scomparse da giornali e televisioni. Il Qinghai è il cuore dell'antico Tibet.
A Taktser, nella regione dell'Amdo, è nato Tenzin Gyatso, l'attuale Dalai Lama, che dall'esilio ha chiesto invano di poter visitare la sua terra natia, sconvolta dal sisma. E' noto anche come la "Siberia della Cina", a causa degli esperimenti atomici e dei campi di rieducazione maoista. Sulla via per Gyegu si incontra però anche l'Amnye Machen, 6282 metri, il monte sacro dei buddisti, come il Kailash, nell'attuale Tibet. Proprio da qui, nel marzo del 2008, si è propagato fino a Lhasa il focolaio di ribellione dei monaci contro Pechino. Da allora i campi di rieducazione sono stati riaperti. Due settimane fa, quando migliaia di religiosi dal cappuccio giallo sono usciti dai templi per accorrere sul luogo del terremoto, a bordo di moto e furgoni, è stata la prima volta che monaci di sette diverse si incontravano dopo le sommosse represse nel sangue. Attualmente vivono nei monasteri, tra Gansu e Sichuan, pressoché reclusi. Il governo cinese è stato colto alla sprovvista dalla loro "fuga umanitaria" e teme che la concentrazione di monaci nello Yushu, considerati leader dalla popolazione, possa sfociare in un'altra rivolta.
L'espulsione dei religiosi da Gyegu e dai villaggi vicini è la scintilla dell'odio che in queste ore risale tra i tibetani scampati al terremoto, il 97% della popolazione, e i cinesi han. La propaganda nazionalista è massiccia.
Giornali e tivù, da Pechino, tempestano di immagini con militari e medici cinesi, ritratti come eroi, impegnati a salvare tibetani feriti. Le visite del premier Wen Jiabao e del presidente Hu Jintao agli sfollati, hanno paralizzato i soccorsi per due giorni. Come alla vigilia delle Olimpiadi, l'orgoglio patriottico serve a non turbare l'imminente inaugurazione dell'Expo di Shanghai, vetrina mondiale "altamente sensibile". Il governo della capitale, per decenni, ha dipinto i monaci tibetani come "nemici del popolo". Non può consentire che il loro sacrificio, essenziale nelle prime ore della tragedia, offuschi oggi la mobilitazione del partito e attragga inediti simpatie popolari. Il problema più imbarazzante resta però il crollo sistematico di scuole e quartieri appena costruiti dallo Stato, mentre palazzi governativi e caserme risultano intatti. A Gyegu, centomila abitanti prima del sisma, studiavano ventimila bambini e ragazzi.
Confluivano nei collegi da tutta la provincia, lasciando per mesi i loro villaggi di pastori. La scossa più violenta, alle 7.49 del mattino, li ha sorpresi già in classe a pulire, o nelle camerate a preparare gli esami. Nella scuola primaria numero 3, secondo i dati ufficiali, ci sono state 40 vittime.
Secondo il preside Nyima Gyaltsen, ancora in tuta e mocassini sfondati, dei 3100 ragazzi sepolti dai 18 edifici, i superstiti accertati sono invece 63. Stragi analoghe, smentite dalle autorità, si sarebbero verificate in tutte le altre scuole, nell'istituto professionale femminile, nell'orfanotrofio sbriciolato dove vivevano mille bambini, negli ospedali crollati. I tibetani del Qinghai temono che alla truffa sugli appalti degli edifici pubblici segua ora la razzia dei finanziamenti per la ricostruzione. Non accettano di essere esclusi da ogni scelta, si oppongono alle ruspe che stanno spianando tutto e hanno paura che la falsificazione dei dati sulle vittime preluda a una nuova ondata di colonizzazione han della regione. Pechino ha invece un solo problema: la stabilità sociale dell'area tibetana dentro la propaganda sull'efficienza del partito comunista. Lo sa anche Zhu Tsai Jia, che per 49 giorni non si laverà i capelli, né cambierà il suo abito strappato. Per i tibetani questo tempo, dopo un lutto, conclude il cerchio della vita. Apre il bagagliaio dell'auto e innaffia il corpo decomposto di sua moglie Daizhong.
Amici e parenti intonano le preghiere. Non rispondono a un funzionario che mostra la sua tessera rossa e pretende le generalità dei presenti. Salgono su una collina bianca di neve e cercano altri avvoltoi, di nuovo affamati.
La Repubblica 28 aprile 2010
GYEGU - Il terremoto che il 14 aprile ha sconvolto la contea di Yushu, nella regione tibetana del Qinghai, rischia di trasformarsi in un sisma politico per l'intera Cina. Migliaia di monaci buddisti, accorsi da tutte le zone del Tibet storico per aiutare la popolazione, sono stati cacciati dai funzionari del partito comunista. Cinque posti di blocco, lungo la strada di 820 chilometri che collega lo Yushu al capoluogo, impediscono a giornalisti e religiosi di raggiungere l'epicentro delle scosse, pressoché isolato. Il presidente della conferenza consultiva del popolo, Jia Qinglin, ha dichiarato che "forze ostili d'oltremare tentano di sabotare gli sforzi di soccorso". Decine di villaggi e di quartieri cittadini, dopo due settimane, non sono ancora stati raggiunti dai soccorritori. Lo scrittore Tra Gyal, intellettuale di riferimento tra i tibetani del Qinghai, è stato arrestato a Xining dopo aver scritto una lettera aperta in cui denunciava le falsificazioni delle autorità.
Le stime delle vittime non concordano. Per giorni si è parlato di poche centinaia di cadaveri. Secondo il governo di Pechino il terremoto ha infine causato 2223 morti, 90 scomparsi, 12 mila feriti e circa 100 mila senzatetto. Il conteggio dei monaci, confermato dalle Ong internazionali presenti sul posto, alza il numero dei morti identificati a oltre seimila. I sopravvissuti affermano che la cifra reale oscilla tra i 15 i 20 mila morti. Dopo giorni di funerali e di silenzio, centinaia di monaci hanno protestato contro la falsità dei dati ufficiali. Gyegu, la città santa dei tibetani, è rasa al suolo. Dei 238 monasteri buddisti della regione, incuneata tra il Sichuan e l'attuale Tibet, 87 sono crollati e il 60% degli altri è pericolante. Il Sengze Gyanak Mani, la montagna di pietre sacre buddiste più grande del mondo, è distrutta. Oltre due miliardi di sassi incisi con i mantra, sono franati travolgendo gli otto stupa e le ruote di preghiera alte dieci metri. Migliaia di statue antiche delle divinità tibetane, di preziosi testi sutra e di thangka, dipinti e ricamati su seta, sono andati perduti. Profonde crepe lacerano il mitico tempio della principessa Wencheng, protetto da una grotta, e la moschea di Jyekundo, il nome tibetano di Gyegu. Tra i 23 mila monaci dell'ordine gelugpa, il governo locale conta 84 vittime. I lama sostengono di aver perduto oltre mille confratelli.
Tra capoluogo e provincia sono crollate il 70% delle 192 scuole, impraticabili le altre. Secondo le cifre ufficiali, gli studenti morti nella regione sarebbero 207. Monaci e attivisti per i diritti umani sono in possesso di elenchi che certificano 769 studenti morti solo nei 67 istituti e collegi di Gyegu. Centinaia gli studenti dispersi. I vertici del partito comunista della contea, dopo le prime ore, avrebbero cambiato i dati nel timore di un altro scandalo. Due anni fa, nel confinante Sichuan, oltre 6 mila alunni sono morti nel terremoto che ha causato il crollo di centinaia di scuole costruite male per fretta, corruzione e incuria. A Gyegu e nelle altre cinque città della contea appaiono cancellati anche i nuovi quartieri costruiti dal governo per concentrare forzatamente i pastori nomadi dispersi sull'altopiano.
Migliaia di superstiti, stremati dalla fame e dal gelo, continuano a scavare tra le macerie con le mani, o con vecchi badili. Recuperano soprattutto travi in legno, preziose per l'assenza di alberi. La contea di Yushu si trova ad una quota media di 4400 metri. Di giorno la temperatura raggiunge ora i dieci gradi, di notte scende a dieci sotto zero. Negli ultimi giorni ha nevicato più volte, un vento gelido e violento solleva tempeste di sabbia. Elettricità e acqua corrente restano interrotte. Squarci di sole trasformano le piste in un pantano. Per raggiungere Gyegu da Xining, occorrono 18 ore di camion. Si viaggia in un deserto di pietre oltre i 4 mila metri e nei passi si tocca quota 5100 metri. Alcuni ponti, impraticabili, costringono a deviazioni sulla schiena delle montagne. Lo scenario è impressionante. In poche ore si passano le sorgenti del Fiume Giallo, del Megong e dello Yangtze, i tre grandi fiumi dell'Asia, tra duemila vette oltre i 5 mila metri.
Tra i "Laghi delle Stelle" ghiacciati, nella prefettura di Maduo, si incontrano solo branchi di yak, antilopi, mufloni e lupi. L'unica strada è invasa dalle colonne dei soccorsi, in gran parte bloccati nel fango indurito. Sul fondo di un precipizio giace un tir rovesciato, con il motore ancora acceso. Nelle tendopoli e per le strade sconvolte di Gyegu, i funzionari di partito e gli agenti di polizia appaiono invece più presenti dei 12 mila militari inviati da Pechino per rimuovere i detriti. La maggioranza, cani compresi, è colpita dal mal di montagna. Nell'aria la concentrazione di ossigeno è la metà di quella presente al livello del mare. Il pericolo di epidemie, tra cui la peste polmonare trasmessa dalle marmotte, è procrastinato dal freddo. Tale rischio, oltre alla difficoltà linguistica tra tibetani e cinesi di etnia han, al fatto che solo una piccola parte della popolazione è censita, è uno dei motivi all'origine della discrepanza nel conteggio delle vittime. Nei primi due giorni dopo il terremoto, quando i soccorsi inviati da Pechino non erano ancora arrivati e 700 scosse di assestamento hanno perfezionato la distruzione, migliaia di cadaveri sono stati cremati, offerti agli avvoltoi, o affidati alla corrente rossa del fiume Yangtze, secondo la tradizione. Sulla sommità della collina di Zhaxi Datong, che franando ha travolto centinaia di case in fango, legno e sassi, due trincee parallele lunghe cento metri sono state scavate dalla gente per bruciare i cadaveri. La cenere è ancora calda e i pali di ferro, disposti a formare una griglia, sono piegati dal peso e dal fuoco. Secondo il governo, in questo rogo comune sono stati bruciati 1400 corpi. Il buddha vivente Lodroe Nyma Rinpoche, guida spirituale del monastero Thrangu, sostiene invece di aver cremato qui 2110 cadaveri solo venerdì 16 aprile.
Le pire più grandi sono state organizzate poi tra sabato e domenica. In decine di villaggi i sopravvissuti continuano però a bruciare salme in modo autonomo, senza aspettare i funzionari.
Davanti alle case crollate, o vicino ai monasteri, volano vie colonne di fumo nero. La cremazione di massa, per i tibetani, è uno shock. Il "funerale di fuoco", al posto di quelli "dell'aria", o "dell'acqua", è un evento estremo. La popolazione si è rassegnata solo perché nel cielo e nei fiumi dello Yushu non c'erano abbastanza avvoltoi, né pesci, per portare tutti i cadaveri nella prossima vita. La tensione sale e l'incubo di Pechino è il surriscaldamento politico dell'intera regione tibetana. Improvvisamente le immagini dei monaci buddisti impegnati a scavare tra le macerie, sono scomparse da giornali e televisioni. Il Qinghai è il cuore dell'antico Tibet.
A Taktser, nella regione dell'Amdo, è nato Tenzin Gyatso, l'attuale Dalai Lama, che dall'esilio ha chiesto invano di poter visitare la sua terra natia, sconvolta dal sisma. E' noto anche come la "Siberia della Cina", a causa degli esperimenti atomici e dei campi di rieducazione maoista. Sulla via per Gyegu si incontra però anche l'Amnye Machen, 6282 metri, il monte sacro dei buddisti, come il Kailash, nell'attuale Tibet. Proprio da qui, nel marzo del 2008, si è propagato fino a Lhasa il focolaio di ribellione dei monaci contro Pechino. Da allora i campi di rieducazione sono stati riaperti. Due settimane fa, quando migliaia di religiosi dal cappuccio giallo sono usciti dai templi per accorrere sul luogo del terremoto, a bordo di moto e furgoni, è stata la prima volta che monaci di sette diverse si incontravano dopo le sommosse represse nel sangue. Attualmente vivono nei monasteri, tra Gansu e Sichuan, pressoché reclusi. Il governo cinese è stato colto alla sprovvista dalla loro "fuga umanitaria" e teme che la concentrazione di monaci nello Yushu, considerati leader dalla popolazione, possa sfociare in un'altra rivolta.
L'espulsione dei religiosi da Gyegu e dai villaggi vicini è la scintilla dell'odio che in queste ore risale tra i tibetani scampati al terremoto, il 97% della popolazione, e i cinesi han. La propaganda nazionalista è massiccia.
Giornali e tivù, da Pechino, tempestano di immagini con militari e medici cinesi, ritratti come eroi, impegnati a salvare tibetani feriti. Le visite del premier Wen Jiabao e del presidente Hu Jintao agli sfollati, hanno paralizzato i soccorsi per due giorni. Come alla vigilia delle Olimpiadi, l'orgoglio patriottico serve a non turbare l'imminente inaugurazione dell'Expo di Shanghai, vetrina mondiale "altamente sensibile". Il governo della capitale, per decenni, ha dipinto i monaci tibetani come "nemici del popolo". Non può consentire che il loro sacrificio, essenziale nelle prime ore della tragedia, offuschi oggi la mobilitazione del partito e attragga inediti simpatie popolari. Il problema più imbarazzante resta però il crollo sistematico di scuole e quartieri appena costruiti dallo Stato, mentre palazzi governativi e caserme risultano intatti. A Gyegu, centomila abitanti prima del sisma, studiavano ventimila bambini e ragazzi.
Confluivano nei collegi da tutta la provincia, lasciando per mesi i loro villaggi di pastori. La scossa più violenta, alle 7.49 del mattino, li ha sorpresi già in classe a pulire, o nelle camerate a preparare gli esami. Nella scuola primaria numero 3, secondo i dati ufficiali, ci sono state 40 vittime.
Secondo il preside Nyima Gyaltsen, ancora in tuta e mocassini sfondati, dei 3100 ragazzi sepolti dai 18 edifici, i superstiti accertati sono invece 63. Stragi analoghe, smentite dalle autorità, si sarebbero verificate in tutte le altre scuole, nell'istituto professionale femminile, nell'orfanotrofio sbriciolato dove vivevano mille bambini, negli ospedali crollati. I tibetani del Qinghai temono che alla truffa sugli appalti degli edifici pubblici segua ora la razzia dei finanziamenti per la ricostruzione. Non accettano di essere esclusi da ogni scelta, si oppongono alle ruspe che stanno spianando tutto e hanno paura che la falsificazione dei dati sulle vittime preluda a una nuova ondata di colonizzazione han della regione. Pechino ha invece un solo problema: la stabilità sociale dell'area tibetana dentro la propaganda sull'efficienza del partito comunista. Lo sa anche Zhu Tsai Jia, che per 49 giorni non si laverà i capelli, né cambierà il suo abito strappato. Per i tibetani questo tempo, dopo un lutto, conclude il cerchio della vita. Apre il bagagliaio dell'auto e innaffia il corpo decomposto di sua moglie Daizhong.
Amici e parenti intonano le preghiere. Non rispondono a un funzionario che mostra la sua tessera rossa e pretende le generalità dei presenti. Salgono su una collina bianca di neve e cercano altri avvoltoi, di nuovo affamati.
La Repubblica 28 aprile 2010
27 aprile 2010
Un bel po' di anni fa il presidente di una “piccola” societá, di fronte alle enormi difficoltá a competere nelle serie professionistiche italiane con societá ben piú potenti, pensó che invece di seguire l'andazzo del mercato calcistico che era in uso fino ad allora, quando si compravano i giocatori a prezzi a volte altissimi per poi magari scoprire che erano scarsi (con l'avvento dei procuratori, poi!) pensó che era il caso di inventare qualcosa di nuovo, qualcosa che nessuno aveva fatto in quel momento: creare una struttura di osservatori in tutto il mondo che potesse creare un enorme archivio di giovani promesse, sconosciute, potenzialmente con grandi doti e soprattutto economiche.
La societá era sana, aveva esperienza decennale nella serie A italiana, era situata in una zona tranquilla dove anche la tifoseria era paziente e molto legata alla squadra: l'ambiente ideale, per questi giovani, per crescere.
Sicuramente quella volta qualcuno storse il naso per questa novitá e probabilmente consiglió il presidente di questa societá di lasciar perdere: “Ridicolo! Signor Presidente, si é chiesto perché non lo fa nessuno, nemmeno societá molto piú grosse della sua? Poi ci sarebbe uno scarico di reponsabilitá fra osservatori e societá!”
Per fortuna che il presidente non ascoltó e andó avanti con la sua idea “che nessuno faceva” perché poi la societá, oltre aa arrivare a consolidare molto positivamente la sua situazione economica, raggiunse anche prestigiosi risultati sportivi.
Ciao Maurizio mx....sei un grande!!!!
_________________
La societá era sana, aveva esperienza decennale nella serie A italiana, era situata in una zona tranquilla dove anche la tifoseria era paziente e molto legata alla squadra: l'ambiente ideale, per questi giovani, per crescere.
Sicuramente quella volta qualcuno storse il naso per questa novitá e probabilmente consiglió il presidente di questa societá di lasciar perdere: “Ridicolo! Signor Presidente, si é chiesto perché non lo fa nessuno, nemmeno societá molto piú grosse della sua? Poi ci sarebbe uno scarico di reponsabilitá fra osservatori e societá!”
Per fortuna che il presidente non ascoltó e andó avanti con la sua idea “che nessuno faceva” perché poi la societá, oltre aa arrivare a consolidare molto positivamente la sua situazione economica, raggiunse anche prestigiosi risultati sportivi.
Ciao Maurizio mx....sei un grande!!!!
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27 aprile 2010
Ciao amici,oggi sono 100 giorni che sono a Tokio.Un'avventura umana e tecnica straordinaria, che per ora mi sta regalando un arricchimento umano e tecnico impensabile.In questi primi 100 giorni ho cercato con tutte le mie forze di calarmi in una realtà ed in una cultura completamente diversa dalla nostra.Spesso mi capita di non capire, di non condividere, di cercare di cambiare...ma poi capisco che questa non può essere la strada...e che devo adeguarmi io al loro mondo, posso solo cercare di proporre idee e situazioni per capire se sono congeniali alla loro cultura e al loro modo di vivere!!Ho trovato persone di una straordinaria educazione e di una grandissimo rispetto per le cose, sono persone molto timide, molto chiuse in se stesse e fanno spesso fatica ad esternare i loro sentimenti.Gli uomini, incarnano i samurai...e quindi sono pronti per la scherma...le donne sono un pò troppo remissive e poco pronte al duello...alla "sana " cattiveria agonistica che ci vuole in pedana per primeggiare...insomma nelle loro vene non scorre l'istinto del "killer"!!!Ma sono ragazze pronte ad ascoltare,ragazze che hanno innate il concetto dell'educazione e del rispetto, ragazze che fanno dei sacrifici incredibili per coronare il loro sogno.Con loro sto lavorando in tantissime direzioni, non solo in quelle tecniche e tattiche ma anche su quelle mentali e comportamentali.
Oggi ho appeso in palestra due enormi cartelli(regolarmente in giapponese), il primo dice: "Noi dobbiamo decidere la storia del match!!"...riferito ad un atteggiamento troppo remissivo verso l'avversaria di turno; il secondo: "La vittoria deve dipendere da noi!!"...dobbiamo lavorare per sviluppare la personalità...devono imparare a cercarsi i rischi..devono andare incontro alla vittoria!!
Dal punto di vista professionale ed umano tutto sta funzionando a meraviglia; le noti dolenti...sono chiaramente la mancanza degli affetti cari!!
Ciao amici
Oggi ho appeso in palestra due enormi cartelli(regolarmente in giapponese), il primo dice: "Noi dobbiamo decidere la storia del match!!"...riferito ad un atteggiamento troppo remissivo verso l'avversaria di turno; il secondo: "La vittoria deve dipendere da noi!!"...dobbiamo lavorare per sviluppare la personalità...devono imparare a cercarsi i rischi..devono andare incontro alla vittoria!!
Dal punto di vista professionale ed umano tutto sta funzionando a meraviglia; le noti dolenti...sono chiaramente la mancanza degli affetti cari!!
Ciao amici
27 aprile 2010
STAFF - Andrea Magro ha scritto tramite Udb che sarebbe opportuno avere uno staff fisso della società, con il solo tecnico e il suo vice presi da fuori: “E’ ridicolo. Vi siete mai chiesti perché non lo fa nessuno? Ci sarebbe lo scarico di responsabilità. Il tecnico direbbe che è colpa del preparatore e viceversa”.
Egregio Signor Marino, le volevo dire che la capisco, se il calcio è assolutamente immobile a qualsiasi tentativo di innovazione è perchè molti allenatori la pensano come lei!!!Meglio definire ridicola una idea, piuttosto che provarla.Meglio calarsi il paraocchi piuttosto che guardarsi intorno e provare a riflettere su cose che in altri sport fanno: Se poi è un'idea che non funziona solamente perchè ci sarebbe "uno scarico di responsabilità"....allora siamo messi proprio male...uno staff si parla si confronta sempre per il bene comune...perchè i grandi professionisti sanno che fare bene il proprio lavoro porta risultati a se stessi allo staff e alla società per la quale lavorano.Non trovo nessuna differenza tra uno staff dell'allenatore e uno staff della società che coopera e si integra con l'allenatore e il vice...se sono bravi fanno tutti la loro parte...se sbagliano(...e tutte le persone che lavorano possono sbagliare)devono essere bravi a saper cambiare o a saper ascoltare chi li può consigliare per correggere eventuali errori!!LL'unico vantaggio è della società che così non butta i soldi e non perde tutto il bagaglio d'esperienza che negli anni una struttura tecnica può costruire!!!!a presunzione ,questo è solo il mio parere, credo che sia una pessima compagna di viaggio!!!Poi Signor Marino...io ho una visione dello sport diversa da quella della maggior parte della gente che frequenta il calcio, io ho avuto il piacere di gestire atleti straordinari e "maestri" di scherma grandissimi con i quali ho vinto molto....ho avuto la fortuna di confrontarmi con allenatori e manager di tantissimi sport e da ognuno di loro ho preso idee, ascoltandoli sempre con grande attenzione ed umiltà...perchè capivo che era una chance importante per potermi arricchire.La voglio ringraziare, da tifoso, perchè ho avuto spesso il piacere di vedere una squadra giocare un bel calcio, da professionista mi sarebbe piaciuto poterla conoscere, potermi confrontere con lei, ma ho sempre avuto la sensazione che lei non fosse interessato a conoscermi.Mi dispiace.Sono certo che la sua professionalità e la sua profonda educazione le consentiranno di raggiungere ottimi risultati . In bocca al lupo!!
Andrea Magro
Egregio Signor Marino, le volevo dire che la capisco, se il calcio è assolutamente immobile a qualsiasi tentativo di innovazione è perchè molti allenatori la pensano come lei!!!Meglio definire ridicola una idea, piuttosto che provarla.Meglio calarsi il paraocchi piuttosto che guardarsi intorno e provare a riflettere su cose che in altri sport fanno: Se poi è un'idea che non funziona solamente perchè ci sarebbe "uno scarico di responsabilità"....allora siamo messi proprio male...uno staff si parla si confronta sempre per il bene comune...perchè i grandi professionisti sanno che fare bene il proprio lavoro porta risultati a se stessi allo staff e alla società per la quale lavorano.Non trovo nessuna differenza tra uno staff dell'allenatore e uno staff della società che coopera e si integra con l'allenatore e il vice...se sono bravi fanno tutti la loro parte...se sbagliano(...e tutte le persone che lavorano possono sbagliare)devono essere bravi a saper cambiare o a saper ascoltare chi li può consigliare per correggere eventuali errori!!LL'unico vantaggio è della società che così non butta i soldi e non perde tutto il bagaglio d'esperienza che negli anni una struttura tecnica può costruire!!!!a presunzione ,questo è solo il mio parere, credo che sia una pessima compagna di viaggio!!!Poi Signor Marino...io ho una visione dello sport diversa da quella della maggior parte della gente che frequenta il calcio, io ho avuto il piacere di gestire atleti straordinari e "maestri" di scherma grandissimi con i quali ho vinto molto....ho avuto la fortuna di confrontarmi con allenatori e manager di tantissimi sport e da ognuno di loro ho preso idee, ascoltandoli sempre con grande attenzione ed umiltà...perchè capivo che era una chance importante per potermi arricchire.La voglio ringraziare, da tifoso, perchè ho avuto spesso il piacere di vedere una squadra giocare un bel calcio, da professionista mi sarebbe piaciuto poterla conoscere, potermi confrontere con lei, ma ho sempre avuto la sensazione che lei non fosse interessato a conoscermi.Mi dispiace.Sono certo che la sua professionalità e la sua profonda educazione le consentiranno di raggiungere ottimi risultati . In bocca al lupo!!
Andrea Magro
sabato 24 aprile 2010
24 aprile 2010
Ciao amici,
Esistono le sconfitte. Ma nessuno puo' sfuggirvi.
Percio' è meglio perdere alcuni combattimenti
nella lotta per i propri sogni,
piuttosto che essere sconfitto
senza neppure conoscere
il motivo per cui si sta lottando.
..dal libro di Paulo Coelho "Sulla sponda del fiume Piedra..."
Esistono le sconfitte. Ma nessuno puo' sfuggirvi.
Percio' è meglio perdere alcuni combattimenti
nella lotta per i propri sogni,
piuttosto che essere sconfitto
senza neppure conoscere
il motivo per cui si sta lottando.
..dal libro di Paulo Coelho "Sulla sponda del fiume Piedra..."
24 aprile 2010
Ciao amici,
Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni
giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non
rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su
bianco e i puntini sulle i piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno
sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti
all'errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul
lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un
sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai
consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi
non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso. Muore lentamente
chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i
giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non
fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.
Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida
felicità.
Pablo Neruda
Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni
giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non
rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su
bianco e i puntini sulle i piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno
sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti
all'errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul
lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un
sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai
consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi
non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso. Muore lentamente
chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i
giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non
fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.
Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida
felicità.
Pablo Neruda
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