martedì 31 agosto 2010
31 agosto 2010
Ciao Beppe, io credo nelle parole, anche in momenti come questi dove ti verrebbe voglia di imprecare, di chiedere perchè?...sapendo che non c'è risposta!!!...Ciao dolce beppe, dolce come quel tuo sorriso sempre così naturale accompagnato da quella risata così bella!!!Le carezze che le tue creature e tua moglia ti daranno ti accompagneranno in questo viaggio che non so dove porta, ma so che ti porta via!!!Ciao beppe, il tuo dolce sorriso accompagnerà sempre il tuo ricordo.
lunedì 30 agosto 2010
31 agosto 2010
Ciao amici, sono rientrato a Tokio dopo il camp di preparazione fisica svolto a Fukuoka. E' andato tutto bene, nessun infortunio, e questo e' importante e le ragazze stanno bene. Ito San ha fatto davvero un ottimo lavoro, voglio ringraziarlo assieme a tutto lo staff dei preparatori e lo staff medico. Si respira un'aria di grande serenità e collaborazione all'interno della Federazione Giapponese; il clima e' molto leggero nonostante la grande mole di lavoro e i carichi pesanti; grande collaborazione tra i tecnici e grande partecipazione per tutti gli atleti che sanno condividere assieme sia i momenti divertenti sia i momenti di grande fatica!!!Mi ha colpito molto il clima di grande unità che c'è tra tutti gli atleti, si incoraggiano e si supportano tra loro in maniera molto bella e sincera.Questo pomeriggio in aereoporto a Fukuoka sono stato raggiunto dalla notizia che Alberto Zaccheroni è il nuovo c.t. del Giappone; immediatamente gli ho mandato un messaggio e lui in maniera carina mi ha risposto....quanto prima ci incontreremo.Mi fa molto piacere rivederlo, ricordo una bella chiaccherata durante una cena a Tarvisio in occasione delle Universiadi invernali.
Mandi
Mandi
domenica 29 agosto 2010
29 agosto 2010
A Giusy:
La lontananza da una persona fa male......ma rende incantevole ogni momento che passerai con lei!!!!!
La lontananza da una persona fa male......ma rende incantevole ogni momento che passerai con lei!!!!!
mercoledì 25 agosto 2010
26 agosto 2010
"Ciao caro Totò. Immagino che per te siano ore calde..non so nulla dei retroscena. Ho avuto il piacere di conoscerti come uomo oltre che come straordinario giocatore.. sento di dirti..SE PUOI, RESTA.. Il nostro popolo sa amare.. e tu sei amato.. nella vita d'oggi, questo qualcosa conta!! Sei un uomo e hai una famiglia; quindi sicuramente la decisione che prenderai sarà la più giusta, la migliore per te ei tuoi cari... Ma era giusto dirti quello che il vero popolo friulano ti vorrebbe dire. Ciao.. Un abbraccio sincero. Andrea Magro
domenica 22 agosto 2010
Ciao amici,....peccato per le sigarette...per il resto, bentornato!!Meno male che qualcuno ha pensato a lei!!!!
Zeman, partenza lampo
Il suo Foggia vince 3-0
1349 giorni dopo l'esonero a Lecce (22 dicembre 2006) il tecnico boemo si riaffaccia sul panorama calcistico italiano con un ritorno al passato: i suoi giovani vincono 3-0 in Lega Pro sul campo della Cavese
Ascolta Mail Stampa 24 commenti OKNotizie badzu Condividi su MySpace! Facebook CAVA DE' TIRRENI (Salerno), 22 agosto 2010 – Il maestro fuma, i ragazzi si divertono. Nessuno ha voglia di perdere il vizio: il Boemo delle "bionde", la sua creatura di stupire. Rieccolo, Zdenek Zeman, atterrare nuovamente nel campionato italiano: 1349 giorni dopo l'esonero a Lecce (22 dicembre 2006), sul piano più basso del professionismo, per lanciare la Sfida. In Lega Pro, campionato di Prima Divisione girone B, a Cava dé Tirreni, contro la Cavese. Vince 3-0 all'esordio (reti di Romagnoli, Varga e Sau). Zemanlandia atto secondo è un lampo, una fuga lanciata con preavviso. Un'avventura iniziata tutta di corsa.
Zdenek Zeman, tecnico del Foggia. Ianuale FALSA PARTENZA — E pensare che il nuovo viaggio di Zemanlandia ha un motore che si blocca troppo in fretta. Il pullman del Foggia (acquistato nei primi anni Novanta) lascia la squadra in panne sabato pomeriggio durante il viaggio verso la prima tappa della nuova storia. C'è bisogno di chiamare il "muletto" dalla Puglia, per essere in serata nel ritiro di Cava dé Tirreni. Si arriva giusto in tempo per la finale di Supercoppa Inter-Roma: il Boemo è davanti alla tv con Peppino Pavone. Fuma il motore di questo Foggia, come domenica di buon mattina il Boemo accende la prima sigaretta (ha un ritmo di 2 pacchetti al giorno) sfogliando i giornali (non si perde nemmeno un articolo: ha uno staff incaricato della rassegna stampa). Dispensa tranquillità, tra la riunione tattica prima del pranzo, qualche sorriso e tante visite. La liturgia del ritorno è ormai scritta da un mese, e la domanda è un rituale da osservare con devozione: “Mister, tornerà Zemanlandia?”. Lui non si scompone, pillole di calma apparente, ma chi lo conosce bene, assicura: “Dentro è un mare in tempesta”. Parola di Pavone, colonna portante del nuovo progetto: il d.s. è ancora al suo fianco, nella hall dell'albergo, come nel pomeriggio allo stadio.
LA MEGLIO GIOVENTU' — Il nuovo Foggia è l'elogio della lungimiranza. Media età dell'organico: 23 anni; nell'undici di partenza: 7 su 11 sono in quota Under 21; 8 dei 18 in lista nati negli anni Novanta. Sono i numeri estratti 30 giorni dopo la staffetta in proprietà con l'ingresso di Casillo. Bello, sbarazzino, ancora da rodare, ma si rivedono i movimenti e gli schemi dell'86: le premesse sembrano esserci tutte per una nuova Zemanlandia. Tanta gioventù, poi, garantisce soldi freschi dalla Lega Pro (il conteggio è complicato, si basa sui minuti giocati e sull'età: in una stagione un club di Lega Pro può arrivare anche oltre il milione di euro). Un flash dal futuro questo nuovo Foggia, con un taccuino che si riempie di nomi sconosciuti: c'è il talento di Insigne, classe '91 (attaccante sinistro), l'intelligenza di Kone (nato nel '90) a centrocampo, la tecnica e la potenza del centravanti Sau (23 anni), i guizzi di Laribi (anche lui un '91) e l'interessante jolly difensivo Romagnoli (un '90). Una macedonia di gioventù costruita in 2 settimane di mercato e 15 giorni di ritiro (con due partite ufficiali di Coppa Italia). Con una confessione firmata dal d.s. Pavone: “Zeman è abituato a lavorare con 40 giorni di ritiro, stavolta è stato costretto a diminuire i carichi di allenamento”.
L'ULTIMO RIBELLE — Proprio lui. 24 estati più tardi il suo primo Foggia: Zeman è accolto dagli applausi, dai fiori, dalla standing ovation del pubblico di Cava dé Tirreni, che gli concede uno striscione: “Zeman ti rendiamo onore per esserti schierato contro il calcio dei potenti”. L'ultimo ribelle fuma e non si alza dalla panchina (tranne per qualche richiamo ai suoi giovanotti in campo). Icona di un calcio da romanzo. Da questo pomeriggio ha iniziato una nuova battaglia: dopo le bombe sulle farmacie, le picconate al Sistema, il fumo in faccia, adesso ha voglia di tornare a insegnare, a stupire, a divertire. L'ultimo ribelle è tornato.
Mario Pagliara
Zeman, partenza lampo
Il suo Foggia vince 3-0
1349 giorni dopo l'esonero a Lecce (22 dicembre 2006) il tecnico boemo si riaffaccia sul panorama calcistico italiano con un ritorno al passato: i suoi giovani vincono 3-0 in Lega Pro sul campo della Cavese
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Zdenek Zeman, tecnico del Foggia. Ianuale FALSA PARTENZA — E pensare che il nuovo viaggio di Zemanlandia ha un motore che si blocca troppo in fretta. Il pullman del Foggia (acquistato nei primi anni Novanta) lascia la squadra in panne sabato pomeriggio durante il viaggio verso la prima tappa della nuova storia. C'è bisogno di chiamare il "muletto" dalla Puglia, per essere in serata nel ritiro di Cava dé Tirreni. Si arriva giusto in tempo per la finale di Supercoppa Inter-Roma: il Boemo è davanti alla tv con Peppino Pavone. Fuma il motore di questo Foggia, come domenica di buon mattina il Boemo accende la prima sigaretta (ha un ritmo di 2 pacchetti al giorno) sfogliando i giornali (non si perde nemmeno un articolo: ha uno staff incaricato della rassegna stampa). Dispensa tranquillità, tra la riunione tattica prima del pranzo, qualche sorriso e tante visite. La liturgia del ritorno è ormai scritta da un mese, e la domanda è un rituale da osservare con devozione: “Mister, tornerà Zemanlandia?”. Lui non si scompone, pillole di calma apparente, ma chi lo conosce bene, assicura: “Dentro è un mare in tempesta”. Parola di Pavone, colonna portante del nuovo progetto: il d.s. è ancora al suo fianco, nella hall dell'albergo, come nel pomeriggio allo stadio.
LA MEGLIO GIOVENTU' — Il nuovo Foggia è l'elogio della lungimiranza. Media età dell'organico: 23 anni; nell'undici di partenza: 7 su 11 sono in quota Under 21; 8 dei 18 in lista nati negli anni Novanta. Sono i numeri estratti 30 giorni dopo la staffetta in proprietà con l'ingresso di Casillo. Bello, sbarazzino, ancora da rodare, ma si rivedono i movimenti e gli schemi dell'86: le premesse sembrano esserci tutte per una nuova Zemanlandia. Tanta gioventù, poi, garantisce soldi freschi dalla Lega Pro (il conteggio è complicato, si basa sui minuti giocati e sull'età: in una stagione un club di Lega Pro può arrivare anche oltre il milione di euro). Un flash dal futuro questo nuovo Foggia, con un taccuino che si riempie di nomi sconosciuti: c'è il talento di Insigne, classe '91 (attaccante sinistro), l'intelligenza di Kone (nato nel '90) a centrocampo, la tecnica e la potenza del centravanti Sau (23 anni), i guizzi di Laribi (anche lui un '91) e l'interessante jolly difensivo Romagnoli (un '90). Una macedonia di gioventù costruita in 2 settimane di mercato e 15 giorni di ritiro (con due partite ufficiali di Coppa Italia). Con una confessione firmata dal d.s. Pavone: “Zeman è abituato a lavorare con 40 giorni di ritiro, stavolta è stato costretto a diminuire i carichi di allenamento”.
L'ULTIMO RIBELLE — Proprio lui. 24 estati più tardi il suo primo Foggia: Zeman è accolto dagli applausi, dai fiori, dalla standing ovation del pubblico di Cava dé Tirreni, che gli concede uno striscione: “Zeman ti rendiamo onore per esserti schierato contro il calcio dei potenti”. L'ultimo ribelle fuma e non si alza dalla panchina (tranne per qualche richiamo ai suoi giovanotti in campo). Icona di un calcio da romanzo. Da questo pomeriggio ha iniziato una nuova battaglia: dopo le bombe sulle farmacie, le picconate al Sistema, il fumo in faccia, adesso ha voglia di tornare a insegnare, a stupire, a divertire. L'ultimo ribelle è tornato.
Mario Pagliara
22 agosto 2010
Ciao amici,
Prandelli e la solitudine dell'allenatore
di DARIO CRESTO-DINA
Cesare Prandelli
FIRENZE - Che campionato sarà quello che comincia domenica prossima? Senza Mourinho, dopo i fallimenti di Capello, Lippi e Maradona il mister tornerà a essere un insegnante di calcio? E sulla scena gli attori saranno uomini, bambini viziati o ragazzi cattivi? Lo domando a Cesare Prandelli, cinquantadue anni, nuovo commissario tecnico della Nazionale. Si parte da lontano, da che cosa c'è o ci dovrebbe essere dentro un mestiere fortunato. Il mestiere di allenare può contenere un desiderio, nient'altro. Chi è nato povero sa che è molto meglio desiderare che possedere. Finché non si possono toccare, le meraviglie inseguite racchiudono in sé qualcosa di magico.
A Orzinuovi il nonno di Prandelli aveva una piccola azienda di acque minerali e bibite, ogni sera riuniva figli e nipoti attorno al tavolo della cucina, contava l'incasso della giornata, metteva i soldi in una scatola e, prima di nasconderla nel tiretto più basso della stufa, teneva da parte una manciata di monete che buttava sul pavimento ai bambini. Cesare era il solo a non raccoglierle. Non voleva chinarsi verso un'elemosina, voleva guadagnarsi il suo Natale. Agognarlo. Lo fa ancora adesso. È rimasto là, nella fila di quelli che desiderano. Dice: "Certo, mi dà fastidio non avere vinto nulla, se non due scudetti e un Viareggio con le giovanili, ma so che succederà presto. Io sono fortunato". Ma subito insiste sulla relatività di fortuna e sfortuna, ricorda la parabola dei due contadini dai poderi confinanti, uno che smarrisce la vacca più bella della stalla e l'altro che gli fa pesare la disgrazia, ma il primo dopo qualche giorno ritrova la mucca nel bosco e con lei un cavallo, la sfortuna ha generato una fortuna, e i due vanno avanti all'infinito tra miserie e ricchezze, figli strappati dalle guerre e affetti riguadagnati, carezze e rovesci della sorte, perdendo la misura dei destini paralleli.
"Prendi la cosa peggiore che può succedere a un allenatore: il licenziamento. Spesso l'esonero è un bene, ti permette di guardarti dentro per capire se e dove hai sbagliato. Puoi imparare a sdrammatizzare. Quando Zamparini mi cacciò dal Venezia alla quarta giornata di campionato, mi spaccai la testa per settimane. Che faccio? Adesso che faccio? mi ripetevo ossessivamente. Fino a quando un giorno ho cominciato a giocare a golf". La casa di Cesare Prandelli è in via della Torre del Gallo, sopra Firenze, un po' di verde e di vento, tanto cielo. Sulla soglia si sta accomiatando qualcuno della Fiorentina. È passato a dargli le ultime notizie. Due giocatori si sono separati dalla moglie, uno di loro vuole fargli sapere di avergli lasciato una lettera al bar, l'uomo gli dice che gliela porterà. Al piano terra un tapis roulant, molti libri, nessuno di calcio, cataloghi d'arte, quadri moderni ai muri, una piccola scrivania con un computer portatile, un tavolo da lavoro degli anni Cinquanta con lo stantuffo della morsa di legno, fotografie della moglie Manuela che non c'è più, un gagliardetto della Nazionale. Prepara il caffè, dopo che lo abbiamo bevuto risciacqua le tazzine. "È la solitudine che mi fa essere ordinato", dice.
Bisogna cancellare anche le tracce della nostra presenza per ingannarla. Il figlio Nicolò si è sposato e lavora a Parma, la figlia Carolina rimarrà un anno in Inghilterra per motivi di studio. "L'allenatore è sempre solo. Fino a quando non si confronta con la squadra. Non posso dire di avere amici tra i colleghi, ho frequentato a lungo solo chi ha fatto il corso con me a Coverciano: Colomba, Sandreani, Novellino". Questo è un mestiere che si inizia a indossare quando se ne pratica ancora un altro. Per lui cominciò nell'ultima stagione alla Juventus e nell'autunno della carriera a Bergamo. "Mi accorsi che avevo smesso di guardare la partita con l'occhio piccolo del giocatore, con il narcisismo di chi crede di recitare uno spettacolo privato. Nei ritiri i ragazzi bussavano alla mia camera, mi chiedevano consigli. Non ero un campione, cercavo di farmi apprezzare per qualcos'altro. Sotto la maglia di calciatore ho cominciato a sentirmene un'altra".
Nell'Atalanta un ginocchio lo abbandona, si fa operare ma i medici gli consigliano di smettere se non vuole rischiare di rimanere zoppo. "Ho trentadue anni, dico a Emiliano Mondonico: vado a Orzinuovi e mi cerco una squadra di bambini, mi piacerebbe insegnare calcio. Lui mi fa: aspetta, parlo io con il presidente. Cesare Bortolotti mi propone di restare, c'è un posto nelle giovanili. Morirà dieci giorni dopo, durante i campionati mondiali del '90. Faccio appena in tempo a dirgli grazie". Sono tre mesi che Prandelli si domanda che cosa può fare per l'Italia. "Non ho una risposta, rifletto su come sia stato possibile che una squadra campione del mondo non sia riuscita a farsi amare e sia andata in giro a prendere fischi. Se i tempi non cambiano, dobbiamo provare a cambiarli noi. Forse bisogna tornare alla semplicità. Mi piace il paragone con il lavoro dell'artigiano, il falegname che torna a usare il talento delle mani e che sa di non potere costruire un letto in un giorno. Stiamo annegando nel calcio dei paradossi. Ci sono autisti che in due mesi diventano dirigenti o procuratori, buoni calciatori che dopo un colpo di tacco vengono celebrati come campionissimi e si fa fatica a convincerli che si è trattato di un episodio, genitori che abdicano al loro ruolo, presidenti che promettono di puntare tutto sui giovani salvo poi farli fuori dopo due sconfitte perché in realtà ciò che vogliono è il risultato e lo vogliono subito, anzi, se esiste una scorciatoia da qualche parte sono già lì che prendono la rincorsa. Questo è il paese delle scorciatoie. Io predico ai miei giocatori: non tutto vi è dovuto, dimostratemi che sapete essere generosi e curiosi. L'altro porta dentro di sé una cultura, avere l'umiltà di volerlo conoscere ci arricchisce".
La semplicità è la lente di ingrandimento attraverso la quale guarda la sua professione. "Il calcio è semplice, forse geometrico, per dirla con Zeman. Nello sviluppo del gioco non esistono schemi. Gli schemi si applicano soltanto su palle inattive. Dopo l'Olanda di Cruijff, fu rivoluzionaria l'Italia dell'82 in Spagna. Bearzot giocava con due punte, due mezze punte e due esterni offensivi. Scirea era un centrocampista aggiunto, Cabrini un attaccante di fascia. Sacchi ha portato l'organizzazione al potere. Giocava già il martedì la partita della domenica, spostando la squadra in avanti di trenta metri creava un effetto sorpresa che schiacciava l'avversario nella sua metà campo. Zeman ha insegnato agli allenatori italiani come si attacca, è stato un maestro straordinario della fase offensiva, uno che continua a essere studiato. Mourinho è un talento nel prendere la testa del gruppo, costringe Eto'o a fare il terzino, sposta Cambiasso stopper, manda in panchina Maicon e Stankovic eppure tutti lo amano e lo temono come fosse Alessandro Magno o Napoleone. Oggi le squadre sono organizzate. Non c'è più nulla da inventare, ci hanno provato solo i tedeschi in Sudafrica con un 4-2-3-1 senza punti di riferimento. La differenza la fanno la velocità di esecuzione, cioè pensare in anticipo il passaggio, il possesso palla e le qualità tecniche dei giocatori. Ormai esistono soltanto due tipi di allenatori: quello che sa far crescere i giovani, come Wenger e Guardiola, e quello che sa gestire i fuoriclasse. Senza campioni l'allenatore conta poco e non vince più, basta pensare alla Spagna che ha conquistato Europei e Mondiali con due tecnici diversi. E all'Inter, di gran lunga la favorita del campionato che sta per iniziare, nonostante l'arrivo di Adriano alla Roma e la rinnovata Juventus di Del Neri che farà bene perché è un martello e ha il coraggio di dire in conferenza stampa: Del Piero sta fuori. Ecco perché dobbiamo costruire nuovi talenti".
Mi racconta di quando allenava i giovani dell'Atalanta. Avevano abolito le classifiche, ogni quaranta giorni ai ragazzi venivano controllati i risultati scolastici e chi aveva brutti voti era escluso dalle convocazioni. "Mino Favini era il responsabile del settore giovanile. Chiamava me, Vavassori, Gustinetti e Finardi e ci raccomandava di non frenare mai l'abilità dei giocatori, di non modificare le loro caratteristiche più istintive, anche quando le ritenevamo un limite, un'incompletezza. C'era, per esempio, Thomas Locatelli che faceva tutto con il mancino. E Mino che ci ripeteva: lasciatelo in pace, si diverte, avrà tempo per usare anche il destro. A Bergamo ho imparato che vincere è importante, ma che il vero piacere fisico lo provo quando dalla panchina vedo la mia squadra stare in campo con l'idea che ho cercato di cucirle addosso e tutti hanno i tempi di gioco giusti, non solo i tempi per se stessi. E mi dico, felice: questa è una squadra".
Cesare Prandelli ha frequentato due università. È stato due anni a Coverciano con Franco Ferrari, il professore, un maestro di tecnica e tattica. Sei a Torino, nella Juventus di Trapattoni, Zoff, Scirea, Tardelli, Causio, Furino, Bettega, Platini, Rossi, Boniek. Una squadra dallo spirito militare, unita nella divisione, spietata anche al suo interno. Nello spogliatoio si fronteggiavano due gruppi, quello di Furino e quello di Bettega. Arrivò Platini, soffrì sei mesi, li decapitò entrambi e prese il comando. Boniperti piombava agli allenamenti e scriveva con il gesso i nomi di tre giornalisti sulla lavagna: "Con questi non dovete parlare". Nessuno sgarrava. All'uscita del campo gli ultimi arrivati chiedevano le generalità all'intervistatore che gli si parava di fronte e se era uno di quei tre scappavano via in un amen. Alla faccia dello stile Juve. "Ogni settimana organizzavamo una cena in qualche ristorante della collina. Era un nostro desiderio, ci svagavamo, si imparava a conoscersi. Dividevamo il conto, nulla era gratis. Se qualcuno beveva tre bicchieri di vino in più, gli altri lo fermavano. Stare assieme costituiva la forza di quella squadra, anche se non posso dire vi fosse amicizia vera, se non tra Zoff e Scirea. Gay era una persona di intelligenza e bontà rare, non ha mai pronunciato un giudizio cattivo su un compagno o un avversario. Dino era taciturno, ricordo di averlo sentito parlare solo due volte nello spogliatoio, ma in quelle due occasioni tutti gli altri si sono zittiti e hanno abbassato la testa sugli scarpini". Balotelli e Cassano, se vogliono, intendano.
"Con Cassano non ho mai litigato, gli va tolto il marchio che si è messo sulla pelle. Per Balotelli vale la regola Favini: lasciamolo divertire, per ora, e che faccia i suoi numeri da giocoliere. Il tempo contiene sempre la verità. Penso a Pazzini, sono assolutamente certo di non avere sbagliato con lui. A Firenze era troppo coccolato, non sarebbe mai cresciuto. Oggi, rispetto a venti, trent'anni fa, i giocatori sono più individualisti. Vivono barricati nel loro mondo e spesso quel mondo è malamente popolato. Li vedi uscire da una sconfitta sorridenti, come se non gliene fregasse nulla, eppure ci sono atteggiamenti di strafottenza che vanno interpretati nel loro esatto contrario, perché esprimono uno stato d'animo di disagio. Ho letto così il gesto degli azzurri più giovani ai mondiali, quelle foto scattate con i cellulari prima della partita decisiva con la Slovacchia. Mi è sembrato il sintomo di una difficoltà, di paura, una richiesta di aiuto. Il lavoro fuori campo di un allenatore è questo: cercare di prevenire i problemi, ascoltando anche i silenzi. Durante la settimana il giocatore ti trasmette sempre qualcosa, se lo capisci in ritardo, e a me è successo, sei fottuto".
Cesare Prandelli è un timido, come tutti i timidi è permaloso. Come tutti gli onesti, di una franchezza acuminata. Ha detto tre volte no alla Gea di Moggi, nel mestiere non fa il padre né l'amico, è gentile ma duro, la domenica dopo la partita non parla alla squadra per non correre il rischio di dire cose sgradevoli, lo fa il martedì, un "processo" di quasi un'ora sugli aspetti temperamentali e caratteriali. Non va a cena con i giocatori. "Sono professionisti super stipendiati. Devono assumersi le proprie responsabilità, se li assecondi tendono allo scaricabarile. Sono pronto ad ascoltare i loro problemi, come un genitore con i figli adulti. Ma c'è un momento in cui devono tirare fuori l'anima. Devono andare avanti. Da soli. Non possono girarsi, non possono guardarmi. Se lo fanno sono pronto a dir loro, anche con violenza: adesso basta. Lo dovremmo fare di più".
Grazie Signor Prandelli, spero un giorno di conoscerla.
Prandelli e la solitudine dell'allenatore
di DARIO CRESTO-DINA
Cesare Prandelli
FIRENZE - Che campionato sarà quello che comincia domenica prossima? Senza Mourinho, dopo i fallimenti di Capello, Lippi e Maradona il mister tornerà a essere un insegnante di calcio? E sulla scena gli attori saranno uomini, bambini viziati o ragazzi cattivi? Lo domando a Cesare Prandelli, cinquantadue anni, nuovo commissario tecnico della Nazionale. Si parte da lontano, da che cosa c'è o ci dovrebbe essere dentro un mestiere fortunato. Il mestiere di allenare può contenere un desiderio, nient'altro. Chi è nato povero sa che è molto meglio desiderare che possedere. Finché non si possono toccare, le meraviglie inseguite racchiudono in sé qualcosa di magico.
A Orzinuovi il nonno di Prandelli aveva una piccola azienda di acque minerali e bibite, ogni sera riuniva figli e nipoti attorno al tavolo della cucina, contava l'incasso della giornata, metteva i soldi in una scatola e, prima di nasconderla nel tiretto più basso della stufa, teneva da parte una manciata di monete che buttava sul pavimento ai bambini. Cesare era il solo a non raccoglierle. Non voleva chinarsi verso un'elemosina, voleva guadagnarsi il suo Natale. Agognarlo. Lo fa ancora adesso. È rimasto là, nella fila di quelli che desiderano. Dice: "Certo, mi dà fastidio non avere vinto nulla, se non due scudetti e un Viareggio con le giovanili, ma so che succederà presto. Io sono fortunato". Ma subito insiste sulla relatività di fortuna e sfortuna, ricorda la parabola dei due contadini dai poderi confinanti, uno che smarrisce la vacca più bella della stalla e l'altro che gli fa pesare la disgrazia, ma il primo dopo qualche giorno ritrova la mucca nel bosco e con lei un cavallo, la sfortuna ha generato una fortuna, e i due vanno avanti all'infinito tra miserie e ricchezze, figli strappati dalle guerre e affetti riguadagnati, carezze e rovesci della sorte, perdendo la misura dei destini paralleli.
"Prendi la cosa peggiore che può succedere a un allenatore: il licenziamento. Spesso l'esonero è un bene, ti permette di guardarti dentro per capire se e dove hai sbagliato. Puoi imparare a sdrammatizzare. Quando Zamparini mi cacciò dal Venezia alla quarta giornata di campionato, mi spaccai la testa per settimane. Che faccio? Adesso che faccio? mi ripetevo ossessivamente. Fino a quando un giorno ho cominciato a giocare a golf". La casa di Cesare Prandelli è in via della Torre del Gallo, sopra Firenze, un po' di verde e di vento, tanto cielo. Sulla soglia si sta accomiatando qualcuno della Fiorentina. È passato a dargli le ultime notizie. Due giocatori si sono separati dalla moglie, uno di loro vuole fargli sapere di avergli lasciato una lettera al bar, l'uomo gli dice che gliela porterà. Al piano terra un tapis roulant, molti libri, nessuno di calcio, cataloghi d'arte, quadri moderni ai muri, una piccola scrivania con un computer portatile, un tavolo da lavoro degli anni Cinquanta con lo stantuffo della morsa di legno, fotografie della moglie Manuela che non c'è più, un gagliardetto della Nazionale. Prepara il caffè, dopo che lo abbiamo bevuto risciacqua le tazzine. "È la solitudine che mi fa essere ordinato", dice.
Bisogna cancellare anche le tracce della nostra presenza per ingannarla. Il figlio Nicolò si è sposato e lavora a Parma, la figlia Carolina rimarrà un anno in Inghilterra per motivi di studio. "L'allenatore è sempre solo. Fino a quando non si confronta con la squadra. Non posso dire di avere amici tra i colleghi, ho frequentato a lungo solo chi ha fatto il corso con me a Coverciano: Colomba, Sandreani, Novellino". Questo è un mestiere che si inizia a indossare quando se ne pratica ancora un altro. Per lui cominciò nell'ultima stagione alla Juventus e nell'autunno della carriera a Bergamo. "Mi accorsi che avevo smesso di guardare la partita con l'occhio piccolo del giocatore, con il narcisismo di chi crede di recitare uno spettacolo privato. Nei ritiri i ragazzi bussavano alla mia camera, mi chiedevano consigli. Non ero un campione, cercavo di farmi apprezzare per qualcos'altro. Sotto la maglia di calciatore ho cominciato a sentirmene un'altra".
Nell'Atalanta un ginocchio lo abbandona, si fa operare ma i medici gli consigliano di smettere se non vuole rischiare di rimanere zoppo. "Ho trentadue anni, dico a Emiliano Mondonico: vado a Orzinuovi e mi cerco una squadra di bambini, mi piacerebbe insegnare calcio. Lui mi fa: aspetta, parlo io con il presidente. Cesare Bortolotti mi propone di restare, c'è un posto nelle giovanili. Morirà dieci giorni dopo, durante i campionati mondiali del '90. Faccio appena in tempo a dirgli grazie". Sono tre mesi che Prandelli si domanda che cosa può fare per l'Italia. "Non ho una risposta, rifletto su come sia stato possibile che una squadra campione del mondo non sia riuscita a farsi amare e sia andata in giro a prendere fischi. Se i tempi non cambiano, dobbiamo provare a cambiarli noi. Forse bisogna tornare alla semplicità. Mi piace il paragone con il lavoro dell'artigiano, il falegname che torna a usare il talento delle mani e che sa di non potere costruire un letto in un giorno. Stiamo annegando nel calcio dei paradossi. Ci sono autisti che in due mesi diventano dirigenti o procuratori, buoni calciatori che dopo un colpo di tacco vengono celebrati come campionissimi e si fa fatica a convincerli che si è trattato di un episodio, genitori che abdicano al loro ruolo, presidenti che promettono di puntare tutto sui giovani salvo poi farli fuori dopo due sconfitte perché in realtà ciò che vogliono è il risultato e lo vogliono subito, anzi, se esiste una scorciatoia da qualche parte sono già lì che prendono la rincorsa. Questo è il paese delle scorciatoie. Io predico ai miei giocatori: non tutto vi è dovuto, dimostratemi che sapete essere generosi e curiosi. L'altro porta dentro di sé una cultura, avere l'umiltà di volerlo conoscere ci arricchisce".
La semplicità è la lente di ingrandimento attraverso la quale guarda la sua professione. "Il calcio è semplice, forse geometrico, per dirla con Zeman. Nello sviluppo del gioco non esistono schemi. Gli schemi si applicano soltanto su palle inattive. Dopo l'Olanda di Cruijff, fu rivoluzionaria l'Italia dell'82 in Spagna. Bearzot giocava con due punte, due mezze punte e due esterni offensivi. Scirea era un centrocampista aggiunto, Cabrini un attaccante di fascia. Sacchi ha portato l'organizzazione al potere. Giocava già il martedì la partita della domenica, spostando la squadra in avanti di trenta metri creava un effetto sorpresa che schiacciava l'avversario nella sua metà campo. Zeman ha insegnato agli allenatori italiani come si attacca, è stato un maestro straordinario della fase offensiva, uno che continua a essere studiato. Mourinho è un talento nel prendere la testa del gruppo, costringe Eto'o a fare il terzino, sposta Cambiasso stopper, manda in panchina Maicon e Stankovic eppure tutti lo amano e lo temono come fosse Alessandro Magno o Napoleone. Oggi le squadre sono organizzate. Non c'è più nulla da inventare, ci hanno provato solo i tedeschi in Sudafrica con un 4-2-3-1 senza punti di riferimento. La differenza la fanno la velocità di esecuzione, cioè pensare in anticipo il passaggio, il possesso palla e le qualità tecniche dei giocatori. Ormai esistono soltanto due tipi di allenatori: quello che sa far crescere i giovani, come Wenger e Guardiola, e quello che sa gestire i fuoriclasse. Senza campioni l'allenatore conta poco e non vince più, basta pensare alla Spagna che ha conquistato Europei e Mondiali con due tecnici diversi. E all'Inter, di gran lunga la favorita del campionato che sta per iniziare, nonostante l'arrivo di Adriano alla Roma e la rinnovata Juventus di Del Neri che farà bene perché è un martello e ha il coraggio di dire in conferenza stampa: Del Piero sta fuori. Ecco perché dobbiamo costruire nuovi talenti".
Mi racconta di quando allenava i giovani dell'Atalanta. Avevano abolito le classifiche, ogni quaranta giorni ai ragazzi venivano controllati i risultati scolastici e chi aveva brutti voti era escluso dalle convocazioni. "Mino Favini era il responsabile del settore giovanile. Chiamava me, Vavassori, Gustinetti e Finardi e ci raccomandava di non frenare mai l'abilità dei giocatori, di non modificare le loro caratteristiche più istintive, anche quando le ritenevamo un limite, un'incompletezza. C'era, per esempio, Thomas Locatelli che faceva tutto con il mancino. E Mino che ci ripeteva: lasciatelo in pace, si diverte, avrà tempo per usare anche il destro. A Bergamo ho imparato che vincere è importante, ma che il vero piacere fisico lo provo quando dalla panchina vedo la mia squadra stare in campo con l'idea che ho cercato di cucirle addosso e tutti hanno i tempi di gioco giusti, non solo i tempi per se stessi. E mi dico, felice: questa è una squadra".
Cesare Prandelli ha frequentato due università. È stato due anni a Coverciano con Franco Ferrari, il professore, un maestro di tecnica e tattica. Sei a Torino, nella Juventus di Trapattoni, Zoff, Scirea, Tardelli, Causio, Furino, Bettega, Platini, Rossi, Boniek. Una squadra dallo spirito militare, unita nella divisione, spietata anche al suo interno. Nello spogliatoio si fronteggiavano due gruppi, quello di Furino e quello di Bettega. Arrivò Platini, soffrì sei mesi, li decapitò entrambi e prese il comando. Boniperti piombava agli allenamenti e scriveva con il gesso i nomi di tre giornalisti sulla lavagna: "Con questi non dovete parlare". Nessuno sgarrava. All'uscita del campo gli ultimi arrivati chiedevano le generalità all'intervistatore che gli si parava di fronte e se era uno di quei tre scappavano via in un amen. Alla faccia dello stile Juve. "Ogni settimana organizzavamo una cena in qualche ristorante della collina. Era un nostro desiderio, ci svagavamo, si imparava a conoscersi. Dividevamo il conto, nulla era gratis. Se qualcuno beveva tre bicchieri di vino in più, gli altri lo fermavano. Stare assieme costituiva la forza di quella squadra, anche se non posso dire vi fosse amicizia vera, se non tra Zoff e Scirea. Gay era una persona di intelligenza e bontà rare, non ha mai pronunciato un giudizio cattivo su un compagno o un avversario. Dino era taciturno, ricordo di averlo sentito parlare solo due volte nello spogliatoio, ma in quelle due occasioni tutti gli altri si sono zittiti e hanno abbassato la testa sugli scarpini". Balotelli e Cassano, se vogliono, intendano.
"Con Cassano non ho mai litigato, gli va tolto il marchio che si è messo sulla pelle. Per Balotelli vale la regola Favini: lasciamolo divertire, per ora, e che faccia i suoi numeri da giocoliere. Il tempo contiene sempre la verità. Penso a Pazzini, sono assolutamente certo di non avere sbagliato con lui. A Firenze era troppo coccolato, non sarebbe mai cresciuto. Oggi, rispetto a venti, trent'anni fa, i giocatori sono più individualisti. Vivono barricati nel loro mondo e spesso quel mondo è malamente popolato. Li vedi uscire da una sconfitta sorridenti, come se non gliene fregasse nulla, eppure ci sono atteggiamenti di strafottenza che vanno interpretati nel loro esatto contrario, perché esprimono uno stato d'animo di disagio. Ho letto così il gesto degli azzurri più giovani ai mondiali, quelle foto scattate con i cellulari prima della partita decisiva con la Slovacchia. Mi è sembrato il sintomo di una difficoltà, di paura, una richiesta di aiuto. Il lavoro fuori campo di un allenatore è questo: cercare di prevenire i problemi, ascoltando anche i silenzi. Durante la settimana il giocatore ti trasmette sempre qualcosa, se lo capisci in ritardo, e a me è successo, sei fottuto".
Cesare Prandelli è un timido, come tutti i timidi è permaloso. Come tutti gli onesti, di una franchezza acuminata. Ha detto tre volte no alla Gea di Moggi, nel mestiere non fa il padre né l'amico, è gentile ma duro, la domenica dopo la partita non parla alla squadra per non correre il rischio di dire cose sgradevoli, lo fa il martedì, un "processo" di quasi un'ora sugli aspetti temperamentali e caratteriali. Non va a cena con i giocatori. "Sono professionisti super stipendiati. Devono assumersi le proprie responsabilità, se li assecondi tendono allo scaricabarile. Sono pronto ad ascoltare i loro problemi, come un genitore con i figli adulti. Ma c'è un momento in cui devono tirare fuori l'anima. Devono andare avanti. Da soli. Non possono girarsi, non possono guardarmi. Se lo fanno sono pronto a dir loro, anche con violenza: adesso basta. Lo dovremmo fare di più".
Grazie Signor Prandelli, spero un giorno di conoscerla.
giovedì 19 agosto 2010
20 agosto 2010
Ciao amici , un saluto da Fukuoka.Siamo in questa citta` del sud del Giappone per il nostro camp di preparazione fisica e tecnica in previsione dei campionati del mondo di Parigi. Ho voluto iniziare il 16 Agosto per avere il giusto tempo per distribuire tutti i carichi di lavoro che le ragazze necessitano.La parte atletica e` gestita da Ito San, il preparatore che segue buona parte delle fiorettiste, e che dalla prossima stagione seguira` tutto il fioretto femminile.Wada San, il Maestro che lavora con me,mi aiutera` nella gestione della lezione.In questo periodo cercheremo di sviluppare e migliorare le qualita` fisiche delle ragazze e cureremo con calma molti aspetti tecnici evidenziati durante la stagione di coppa del mondo e i campionati asiatici; il supporto video sara` molto importante per osservare ed analizzare i gesti tecnici.Emura San, il manager della federazione, e` qui con noi e ci aiuta nella gestione dell`allenamento.
Un caro saluto a tutti.
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